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martedì 27 dicembre 2011

Quando si muore.

Si muore un giorno alla volta, semplicemente smettendo di vivere. Non accade mai tutto d'un colpo, non è mai solo la questione di un secondo. Sono morto svariate volte: ogin volta che ho smesso di stupirmi del mondo come farebbe un bambino e ho cominciato a guardarlo come farebbe un adulto, senza magia, senza fantasia.
Sono morto quando ho smesso di aspettare sotto le coperte un tuo ultimo messaggio.
Sono morto quando ho smesso di guardare ammirato il campanile di Valperga.
Sono morto quando ho scoperto che non esiste Babbo Natale.
Sono morto quando ho capito che il Toro non vincerà mai più lo scudetto.
Sono morto quando sono diventato il Dott. Perardi.
Sono morto soffocato da una cravatta.
Sono morto quando ho capito che il comunismo è un'idea meravigliosa, ma irrealizzabile.
Sono morto quando ho smesso di salire in punta alla metro per vederla viaggiare senza autista.
Sono morto quando ho smesso di correre per attraversare il cortile al buio.
Sono morto al primo prelievo al Bancomat.
Sono morto quando Torino ha smesso di farmi paura.
Sono morto ad ogni capello bianco.

Eppure mi arrangio bene, trovando il mio spazio da bambino in piccole cose: nei libri letti nel caldo del mio letto o nel rumore della metropolitana, in una cena tra amici, nel mio fidarmi troppo delle persone, nel mio repertorio di battute già sentite e di sconcerie.
Lascio a che è più grande e più forte di me l'aria da adulto: io per ora resto bambino, magari infantile, ma molto, molto più vivo.

domenica 11 dicembre 2011

Il bello.

Pettinati i diciotto capelli con una dose di gel sufficiente ad aggiustare la capigliatura di mezzo Canavese, l'uomo da rimorchio salta sulla sua panda-mille-e-cento-fair: otto minuti e sarà davanti a casa del suo inseparabile compagno: la spalla.
La spalla indossa una camicia di un improponibile rosso e pantaloni neri a vita così alta da sembrare ancorati ai capezzoli; emette profumo Dolce&Gabbana ad ogni movimento e sfoggia una capigliatura da febbre del sabato sera. Con lui il terzo personaggio, immancabile per un buon rimorchio: il brutto. Questo ha l'unica funzione di ricordare alla donne della zona che il mondo offre uomini certo peggiori dell'uomo da rimorchio e della sua spalla. Il brutto ha, in ordine sparso, occhiali, brufoli, strabismo, alito pesante, logorrea, capelli grassi, sei dita nella mano destra, un tic nervoso che lo porta a scaccolarsi ogni cinque secondi ed è, soprattutto, sprovvisto d'autostima, fatto che lo porta a venerare i due altri esemplari come fossero divinità.
In una nube di profumo D&G la Panda sfreccia, anzi caracolla, verso il Locale. Questo non è tanto un locale in muratura dove vengono serviti alcolici, ma un luogo dell'anima, un'entità metafisica in cui anime solitarie si incontrano, un Altro dove l'idee platonica di bellezza è bandita, o quantomeno stordita da quantità eccessive di superalcolici.
Nel Locale ad un tavolo siedono quattro donne, sul tavolo stesso appoggiano i generosi seni di una delle quattro avventrici. All'afrore di D&G gli sguardi delle quattro non-più-giovanissime signore vengono attratti dai tre gonzi che trionfanti incedono verso un tavolo in zona non fumatori.
Il rituale d'amore non è da raccontare, sono sguardi e ammiccamenti e seni sempre più esposti allo sguardo indiscreto e peccaminoso dell'uomo da rimorchio, mentre una ma-dai-non-l-avrei-mai-detto cinquantenne civetta con sguardo languido e specchia se stessa nella lucida cintura ascellare della spalla.
Loro, in fin dei conti, hanno davvero capito il mondo.

lunedì 21 novembre 2011

"La scopa del sistema" di David Foster Wallace

La storia di una calamita.
Le storie di una calamita.
Una calamita attira storie. Storie che sono come limatura di ferro che corre e spinge per raggiungere la calamita, restandone però separata da quell'impercettibile spessore di carta, una distanza incolmabile, infinita.
La storia di una calamita, che messa sotto ad uno spessore di carta ne rimane irrimediabilmente nascosta: definita esclusivamente dalla limatura di ferro (le storie) che le si affolla attorno.
La storia di un amore folle, smisurato, smodato. La storia di un vestito viola. La storia di un uomo che sogna di ingurgitare l'intero mondo. La storia di dell'Anticristo, che ha perso la gamba venendo espulso dall'io della madre come un proiettile. La storia di Vlad l'Imperatore e la storia di Lenore Beadsman, entrambe.
Il racconto è una moltitudine di racconti, e i racconti raccontano di racconti raccontati dai protagonisti del racconto.
"La scopa del sistema" è la celebrazione del racconto come dio creatore, e così la protagonista si ritrova ad esistere solo in quanto punto centrale delle molteplici storie, nonostante il Dr Jay dietro alla sua maschera antigas lo neghi. L'antitesi del romanzo di formazione e l'antitesi del romanzo stesso: la parola scritta che crea una storia che si annichilisce in se stessa.
David Foster Wallace riesce nell'impresa di ideare il più grande romanzo degli ultimi vent'anni ed al contempo una storia senza senso. La magia della parola e delle storie. Niente meno.

martedì 1 novembre 2011

Ascoltate! di V. Majakowskij

Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange.
Gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
"Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì!?"
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?


(V. Majakowskij)

sabato 22 ottobre 2011

I cani.

I milanesi quando vanno a fare compere hanno sempre un cane al guinzaglio. Sempre. Alcuni, sprovvisti di cane alla partenza lo chiedono in prestito al vicino di pianerottolo, altri lo raccolgono direttamente dal ciglio dell'autostrada (grazie alla buona creanza del milanese precedente, che ha lasciato il suo sul ciglio della stessa di ritorno dallo shopping: si sa che i milanesi sono generosi).
Il cane è un catalizzatore d'attenzioni, una calamita di sorrisi e una punta da ghiaccio pronta a scalfire il gelo di ogni conversazione.
Più il padrone è eccentrico tanto più deve esserlo il cane: si dice che uno stilista milanese portasse a spasso un pastore tedesco, tale Hubert Fritzbaker, che aveva trovato durante un suo viaggio a Francoforte alla fermata del bus mentre rientrava dopo aver iscritto il suo primogenito all'anagrafe.
I milanesi quando fanno shopping non cercano abiti, ma solo di intravedere la loro splendida, milanesissima, figura riflessa negli specchi dei negozi (boutique, figa). A volte, solo per segno di cortesia nei confronti del commesso, provano un abito, ma distrattamente, troppo concentrati a tenere al guinzaglio il loro cane e a guardare con sguardo languido le gambe della cassiera.
Giunti alla cassa pagano sempre con lo stesso cento euro (centone, figa) ma poi alla fine demordono e lasciano l'abito alla cassa. Una cassiera un giorno riuscì a strappare la banconota dalle mani del milanese, scoprendo che la stessa era un centomila lire di inizio '900, tramandato per generazioni da milanese padre a milanese figlio.
Poi, finito di non spendere i soldi che straboccano dalle loro tasche, vanno al bar a ordinare cappuccini (cappuccio, figa) complicatissimi, con almeno tredici ingredienti da mischiare a diverse temperature, cappuccini così complicati che alcuni milanesi hanno bisogno degli appunti per ordinarli. Ottenuta la bevanda tanto attesa la zuccherano e poi lentamente la mischiano con il cucchiaino, preparandosi al grande momento dell'assaggio: tutti gli occhi su di loro, il milanese che assaggia il cappuccino, anche il cane, anche Hubert, tutti con gli occhi a fissarli. La schiuma macchia i baffi e il liquido arriva alla bocca. Una smorfia. E' cattivo. La tazza coccia contro il piattino e il milanese si alza affranto dalla sedia, uscendo con lo sguardo di chi ha subito il peggior sgarbo della vita. Senza pagare, s'intende. Il milanese non ha mai assaggiato un buon cappuccino, e allo stesso modo non ne ha mai pagato nessuno.
Poi il tempo libero è giunto al termine, il milanese torna alla sua macchina, enorme, parcheggiata in doppia fila con una ruota in un posto disabili il muso in divieto di sosta e la portiera dietro ad ostruire il casello dell'autostrada. Quando sale sulla macchina sbatte la portiera su quella di fianco, tipicamente una macchina per niente milanese, come una Punto, lasciando un segno sulla portiera: come un novello Zorro.
Parte sgasando e tagliando la strada a tre macchine, investendo due ciclisti e speronando una vecchietta sulla sedia a rotelle.
Alla fine della strada il cartello Milano è coperto dalla nebbia. Si torna a casa.

martedì 18 ottobre 2011

Ordine e sicurezza.

Giusto per fare ordine e chiarezza metto tutto nero su bianco.
Bisogna arrestare e condannare chiunque metta a ferro e fuoco una città. Bisogna isolare quella manica di criminali che saltellano da una manifestazione all'altra col solo scopo di distruggere e dare sfogo alle proprie passioni criminali.
Però. C'è un però.
Però bisogna condannare anche chi non ha gestito la situazione, chi nonostante i proclami ha ignorato il pericolo.
Però bisogna condannare i "giornalisti" che hanno girato la telecamera o la macchina fotografica, perché fa più notizia un'auto in fiamme che un manifestazione pacifica.
Però bisogna ribadire con forza che tutti hanno il diritto di ODIARE!
Il grande inganno sta in questo, ci vogliono far credere che odiare sia sbagliato, vogliono condannare chi odia, vogliono mettere un freno al nostro odio.
Ho il diritto di odiare una classe dirigente vecchia, corrotta e traffichina.
Ho il diritto di odiare un nano maniaco sessuale che per scampare al carcere occupa una delle più alte cariche dello Stato.
Ho il diritto di odiare uno schifoso fascista ignorante che fa il ministro.
Ho il diritto di odiare una manica di idioti vestiti di verde che rivendicano i diritti di una popolazione inesistente.
Ho il diritto di odiare chi ruba la vita di tanti giovani che non trovano lavoro.
Ho il diritto di odiare i dirigenti ridicoli della nostra pseudosinistra.
Ho il diritto di odiare anche per i motivi più stupidi: non posso violare la legge, ma posso odiare tanto e quanto voglio.
Bisogna diffidare di chiunque cerchi di negarci questo diritto fondamentale.

ODIO ODIO ODIO!

Augh.

domenica 2 ottobre 2011

La teatralità della ciambella imburrata.

Doveva esordire con "Ciao sono Luca" e non perdersi come al solito e balbettare qualche sillaba sconnessa. Lei dal canto suo poteva evitare che lo stacco di coscia fosse così vertiginoso da far cadere la mandibola a metà del locale.
Io, in disparte annotavo l'ennesima sconfitta in partenza di lui e che avrei dovuto chiedere il numero a quella sventola in minigonna nera. Daniele nel frattempo puliva con lo straccio il bancone, con gesto meccanico, abituale e poi di corsa a preparare un caffè per Francesca che aspetta un bambino ma non ne vuole sapere di smetterla con quella sozzeria nera che la fa incazzare e poi non la fa dormire, e così lui deve sorbirsela tutta la notte.
Questo era esattamente tre anni fa, ora la sventola in minigonna ha assunto le sembianze di Sonia, ragazza di Mattia, che è uno che quella sera non c'era, perché non è sempre come nei film che nella prima scena ci sono tutti i protagonisti così poi uno se se li dimentica basta che corre a capitolo uno e li ritrova tutti. Comunque Mattia è uno che di lavoro fa il calciatore, quindi ora è al bar perché ha appena perso la partita (e ha pure giocato di merda) e vuole bere un po', e soprattutto vuole far vedere a tutti che sta con la sventola che tre anni fa faceva girare la testa a tutti, che poi è stata con Luca, anche se lui la prima sera aveva balbettato solo qualche parola, ma che poi l'ha mollato per mettersi con lui che si può permettere di pagarle la vacanza in Sicilia dove piace a lei e che le ha regalato l'anello di fidanzamento con un diamante così grosso che quasi le casca il dito.
Io, sempre in disparte, osservo il piccolo Jason (che cazzo di nome per un bambino) che fa i capricci perché la mamma è indaffarata dietro al bancone e non può farlo giocare, mentre il papà è sempre al solito posto, a intasare caffè e a pulire il bancone, che se l'avessimo misurato tre anni ora potremmo vedere che ne ha consumati almeno due centimetri. Me ne sto in disparte per due motivi, il primo è che mi piace guardare le persone e le loro vite, ecco, mi piace guardare la gente che vive la vita, mentre io giorno per giorno a guardare gli altri butto la mia; e poi perché mica li conosco questi qui, io però mi piazzo lì e li osservo, e ora so più cose sulla loro vita che quante ne sappiano loro.
Per esempio so che Daniele a Sonia le strapperebbe di dosso gonna mutande e tutto, ma ha sempre il cane da guardia dietro, come un'ombra che incute timore e rispetto dell'impegno coniugale, e così strozza sul nascere il peccaminoso desiderio. Francesca, invece, anche se con Daniele fa la gelosa ha avuto una mezza cosa con Mattia, il calciatore, che però poi non se n'è concluso niente, perché lei alla fine a Daniele gli vuole bene e allora resta là dietro il bancone a guardarlo passare lo straccio e a sperare che anche questo mese si riescano a mettere assieme i quattro soldi per l'affitto.
Poi alle undici se ne vanno tutti, che il bar chiude, io così me ne ritorno triste e solo a casa mia. Poso la giacca e slaccio il nodo alla cravatta. Penso a cosa faranno quelli che la vita la vivono invece che subirla. Penso a Mattia che nonostante la sconfitta si starà sbattendo il sogno di tutti, penso a Luca che sembra veramente depresso in questo periodo, ma che tutti dicono che si sbatte la ragazza di un altro, e che se questo lo viene a sapere lo riempie di botte. Poi penso a cosa si potrebbe raccontare della mia di vita. Niente. E allora torno alle vite degli altri, schiaccio il bottone rosso del mio registratore e comincio a registrare tutto quello che ho visto in giornata.
Domani è domenica, il bar è chiuso e così lo sono io. Resterò in casa a pensare a loro. A pensare alla loro vita, perché vivere la mia costa davvero troppa fatica.

lunedì 5 settembre 2011

2752.

In ogni storia ci sono i buoni e i cattivi.
In questa i buoni sono tantissimi mentre i cattivi sono pochi.
A 2752 buoni la vita è stata interrotta da un momento all'altro: prima sei una signora di mezz'età nel suo ufficio, o un giovane rampante che sogna di fare carriera o un vecchio vigile del fuoco con la pelle bruciacchiata per troppi anni a rincorrere incendi, dopo sei solamente un numero, uno di quelli con la foto sul giornale, uno che ha lasciato familiari, amici e nemici.
I cattivi sono pochi, e sono quelli che hanno deciso che quei buoni dovessero pagare con la vita gli errori di un'intere civiltà, che quei 2752 sarebbero stati l'esempio, e che la civiltà occidentale terrorizzata avrebbe accettato ogni richiesta di un movimento reazionario.
Qui sta il mio problema, questo è uno scontro tra reazionari cattivi e reazionari un po' meno cattivi.
I rivoluzionari dei miei sogni sono giovani ragazzi senza paura di niente, che liberano paesi oppressi per regalare ai più poveri un futuro migliore: sono dei sognatori, poeti dell'esistenza, che armati di fucile scrivono una Storia nuova.
Quelli saliti sugli aerei sapevano che avrebbero ucciso innocenti, in nome dell'odio, mentre l'amore per la vita e la libertà dovrebbe spingere ogni movimento rivoluzionario.
Ecco, quello che resta, dopo dieci anni, dell'undici settembre sono 2752 vite spezzate, e la consapevolezza che il mondo è chiuso, stritolato da due visioni vecchie e distorte del mondo, che si combattono con la forza dell'odio, con scuse sempre diverse ma che puzzano di stantio e di vecchiume, come i signori ben vestiti coi capelli bianchi che ce le raccontano.
Rimane una polvere che non va più via e che ci ha coperti tutti, una polvere fatta di contenitori speciali per i liquidi in aeroporto, di Ground Zero, di zaini che verranno fatti esplodere se abbandonati all'interno della stazione, di metal detector per salire sulla Tour Eiffel, di ogni magrebino guardato con il timore che possa farsi esplodere da un momento all'altro. Una polvere fatta dai pezzi di due grattacieli caduti e fatta dalla pelle e dal cuore e dai polmoni di quelli che dentro ci sono morti.
E tirando le somme, non ha proprio vinto nessuno: noi continuiamo a crogiolarci nel nostro sogno capitalistico, nell'idea che un grattacielo più alto sia il fine ultimo della nostra civiltà, mentre loro, "gli altri" ci guardano con odio, perché invidiano il nostro nuovo telefonino e perché loro dai quattro soldi che ogni tanto ci fanno piovere sulla testa per farci stare più buoni, rimangono sempre tagliati fuori.
E in questa desolazione post-capitalistica e post-idealista restano due buchi, due orrende cicatrici nel cuore dell'animo consumistico occidentale, incolmabili ed insanabili, orrori che deturperanno per sempre la bella faccia della nostra civiltà.

Per dovere di cronaca aggiungo alcuni dettagli: nonostante l'andamento ciondolante non ho scritto di getto (ahimè!), dunque ogni retorica è voluta, come si addice allo stupido che vuol fingersi intelligente.

Allego a chi davvero desiderasse il proprio male quello che pensavo dell'undici settembre lo scorso anno, così magari qualcuno riesce a dirmi se ho cambiato idea, perché da solo proprio non lo capisco.


9.11
Nove anni fa.

Sono passati nove anni ed è cambiato tutto. Non è cambiato niente,

Continuiamo a darci addosso, come cani. Continuiamo ad ammazzare e continuiamo ad essere ammazzati. Era la nostra possibilità, il momento di fermarci e pensare alla follia di tutto questo. Ma è passato il momento, sono passati nove anni di momenti. Quanti momenti ci sono in nove anni? Abbastanza per formare la vita di un bambino americano che ha perso la madre che lavorava in un ufficio del World Trade Center. Abbastanza per formare la vita di un bambino afghano che ha perso la gamba mettendo un piede su una mina. Abbastanza per farmi capire che niente ci farà cambiare: abbiamo e avremo sempre bisogno di un "altro" da odiare, per poterlo accusare dei nostri problemi, per rubargli il posto, perchè siamo i più forti.

Nove anni di guerra, per pulire sangue con altro sangue, per poi contare i morti per vedere che ha vinto. 

Ne parleremo coi nostri figli, lo racconteremo ai nostri nipoti, ci sarà un bella pagina su tutti i libri di storia, una pagina da girare verso altri morti, altri cattivi ed altri buoni. Ed altro sangue sparso per il mondo, altri motivi e altri ideali spingeranno altri uomini a morire. E morire ancora.

Ma io non ho paura. Nè dei terroristi nè degli eserciti.
La vinciamo così la nostra guerra: non avere paura.

venerdì 26 agosto 2011

Robbè.


Addio campione, in Ciociaria avrai un'intera squadra di bambini ad aiutarti a cercare il tuo orecchino scomparso.




mercoledì 24 agosto 2011

"Il pugnale" di Jorge Luis Borges.

In un cassetto c'è un pugnale.

Fu temprato a Toledo, sul finire del secolo scorso; Luis Meliàn Lafinur lo diede a mio padre, che lo portò dall'Uruguay; Evaristo Carriego l'ebbe qualche volta in mano.

Quanti lo vedono, non possono fare a meno di giocherellarci un po'; si intuisce che andavano cercandolo da tempo; la mano s'affretta a stringere l'impugnatura che l'attende; la lama obbediente e poderosa scivola nel fodero con precisione.

Ben altro vuole il pugnale.

E' più di un semplice oggetto di metallo; gli uomini lo pensarono e lo forgiarono a un fine ben preciso; è, in qualche modo eterno, il pugnale che ieri notte ha ucciso un uomo a Tacuarembò, e i pugnali che uccisero Cesare. Vuole uccidere, vuole colpire inaspettato, vuole spargere sangue ancora palpitante.

In un cassetto della scrivania, fra lettere e scartoffie, interminabilmente sogna, il pugnale, il suo naturale sogno di tigre, e la mano si anima nell'alzarlo perchè il metallo si anima, il metallo che avverte a ogni contatto l'omicida per cui gli uomini lo crearono.

A volte mi fa pena. Tanta durezza, tanta fede, tanta impassibile o innocente superbia, e gli anni passano, inutili.

martedì 23 agosto 2011

Mario.

A pensarci bene a Mario era meglio non dirlo quanto fosse facile spararsi un colpo in testa. Quasi come era meglio non entrare nella sua stanza dopo quel botto infernale.
Pezzi di cervello sulla parete di fronte alla finestra. Il letto fatto sporcato da schizzi di sangue. I capelli, i suoi capelli lunghi e folti formavano un macabro disegno su quel poco di testa che rimaneva attaccata al corpo. Cristo Mario, dovevi proprio usare un fucile? hai fatto un casino della madonna e ora tocca a me ripulire.

giovedì 4 agosto 2011

Dueagostottanta.



Giusva Fioravanti e Francesca Mambro passeggiano per le strade d'Italia.
I mandanti, tuttora sconosciuti continuano nell'ombra ad esercitare il potere e controllare l'intera nazione.
I morti restano morti come allora, dimenticati dalle istituzioni e dalla maggior parte della nazione.
Bisogna ammetterlo, hanno vinto loro.

giovedì 28 luglio 2011

"54" di Wu Ming.

More about 54
54 è la storia di Cary Grant che in realtà si chiama Archibald Leach ed è una spia della regina.
54 è la storia di Pierre (nato Robespierre) Capponi che è innamorato della donna di un altro, che cerca suo padre e che gestisce il bar Aurora col fratello Nicola a Bologna.
54 è la storia di Lucky Luciano e Steve Cemento, suo picciotto, che tenta di fotterlo.
54 è la storia di Mc Guffin, un televisore americano che percorrerà tutto lo stivale senza mai trasmettere nemmeno un immagine.
Il romanzo di Wu Ming (pseudonimo di un gruppo di autori bolognesi) non parla di dopoguerra, ma di un'altra guerra, sottile, da combattere ogni giorno, contro i fantasmi, contro i comunisti, contro i fascisti, contro se stessi, contro proprio marito, contro il proprio capo, contro tutti. 
In una trama complessa si erge il monolite della modernità alla deriva, il Mc Guffin, "televisore fuori dal comune" che non riesce a funzionare, come la società descritta da Wu Ming.
Perdono tutti in 54, ma tutti alla fine si sentiranno vincitori, perchè "in guerra quello che conta è sopravvivere".
Il romanzo tiene incollati ad ogni singola pagina, restituendo cristallina la maniacale attenzione del collettivo Wu Ming al minimo dettaglio, ad ogni singolo avvenimento storico.
Una lettura piacevole, un romanzo avvincente. Un'opera davvero riuscita.

martedì 26 luglio 2011

Egotismo e sesso anale.

Quello che mi dispiace è che il lurido verme schifoso V. F. (la leggessi anche solo io sta cosa col cazzo che cito il suo nome) abbia montato tutto questo casino solo per l'ennesima iniezione di pubblicità alla carta da culo che ogni mattina ammorba le edicole italiane. Perchè nemmeno un idiota totale (per esempio A. S. direttore della carta da culo di cui sopra) potrebbe scrivere o tantomeno pensare tale stronzata.
Per tanto a lui dedico il mio pensiero della buonanotte, una breve scenetta con cui chiudere serenamente la giornata.

Un'isola, V. F. in uniforme da poliziotto e cinquecento "negri" (cito V. F.) completamente nudi pronti a sodomizzarlo. Quando il novantaduesimo gli sta conficcando la sua immensa verga nell'ano ormai sfondato entro in scena e parlo con V. F., per fargli osservare come i "negri" (cito V. F.) che stanno aspettando di trapanargli il culo non stiano in una fila composta ma si accalchino e spintonino, per poter passare davanti agli altri e non doversi ritrovare ad inculare un cadavere. Che bruttura.
"Evidentemente l'uomo non ha, o forse ha perso nei secoli, l'abitudine e l'attitudine a combattere in favore della comunità della quale pure fa parte. In lui prevalgono l'egoismo e l'egotismo. Non è più capace di identificarsi con gli altri e di sacrificarsi per loro, probabilmente convinto che loro non si sacrificherebbero per lui".

martedì 19 luglio 2011

Sonetto d'amore XVII di P. Neruda.

Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.

T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

sabato 16 luglio 2011

Lotta armata.

A testa bassa, sprofondata in se stessa, se ne sta rannicchiata in posizione fetale sui rigidi seggiolini del 16. Nelle orecchie, anzi, sulle orecchie, due cuffie eccessivamente grandi le sparano nel cervello musica ad alto volume.
Sono le sette di sera, ma Torino è estate ed è ancora giorno e fa ancora decisamente troppo caldo per tornare "nell'ampio loft semiarredato", ovvero il sottotetto che ogni mese le porta via un buon cinquanta per cento del misero stipendio da labraia.

mercoledì 13 luglio 2011

La grandine.

La grandine su Forno fa più male.
Perché a Forno c'è casa mia e la televisione m'ha insegnato a credere che la grandine cade sempre sulla casa di qualcun'altro.
Poi i chicchi sfondano le tue di tapparelle, mentre stai chiuso dentro casa, asserragliato come a Baghdad e capisci che tutto il mondo se ne sta li fuori, pronto ad arrivare fino a Forno Canavese, fino dentro casa tua.
Finisce la gioventù sotto la grandine e sotto i vetri di casa mia.

mercoledì 6 luglio 2011

I ricordi fanno gli occhi belli.

I ricordi fanno gli occhi belli,
perchè li riempiono di lacrime
e di sorrisi.
Poi distendono le labbra
e fanno digrignare i denti,
si soffre sempre un po'
quando si è felici.
Si soffre perchè allora
sembra sempre meglio di adesso,
perchè poi gli anni sono passati
e troverò un giorno dei capelli bianchi.
Mi godo, però, la gioia del ricordo,
dei bei tempi andati,
delle strade diverse
che ti portano lontano.
Mi si scalda un poco il cuore,
e rivedo un altro me steso
così uguale eppure diverso
dalla persona che sono diventato.
Ma ora torno al presente,
al Matteo di adesso
perchè quello di allora non tornerà mai.

sabato 25 giugno 2011

Studiare mi stanca.

Prendo in prestito gatto e scrivania.
Per la serie "quando una foto vale più di mille parole".

venerdì 24 giugno 2011

No te quiero sino porque te quiero di P. Neruda

No te quiero sino porque te quiero
y de quererte a no quererte llego
y de esperarte cuando no te espero
pasa mi corazón del frío al fuego.
Te quiero sólo porque a ti te quiero,
te odio sin fin, y odiándote te ruego,
y la medida de mi amor viajero
es no verte y amarte como un ciego.
Tal vez consumirá la luz de Enero,
su rayo cruel, mi corazón entero,
robándome la llave del sosiego.
En esta historia sólo yo me muero
y moriré de amor porque te quiero,
porque te queiro, amor, a sangre y fuego.

giovedì 23 giugno 2011

venerdì 17 giugno 2011

Ragazze Reflex.

Le ragazze con la Reflex camminano per le strade di tutte le città. Indossano occhiali che portava mia mamma negli anni ottanta, troppo grandi per le loro facce magre. Sono alla disperata ricerca di superfici lucide e riflettenti, dalle quali ricavare dopo fatidico click un'immagine di loro stesse nel momento in cui si adoperano nell'atto che le autodefinisce: fotografano loro stesse fotografanti.
Poi alla ricerca della posa giusta, starnazzanti con contorno di amiche, si avventurano per parchi disadorni di alberi, dei quali immancabile è la foto del ciuffo d'erba, con messa a fuoco in primo piano e sfocatura dello sfondo, così che anche il più triste dei paesi del triste Canavese possa sembrare New York, o quantomeno Londra.
Traggono poi nettare vitale da centri commerciali, in cui esibirsi in pose da fessissima rivista patinata, tutte prese a cercare l'angolo giusto che ne metta in evidenza il seno o ne nasconda un fianco; le si ritrova così abbracciate a manichini o rampicanti su specchi, le altre s'intende, perché lei di dietro l'obiettivo, rigorosamente in bianco e nero (sinonimo d'alta fotografia), tutta presa a dar direttive e smanettare tra pulsanti rotelle e altre regolazioni coglie istanti di vita futilissima, istanti sbiaditi e sfocati.
E poi rincasano con le schiene ossute e chine sotto il peso dell'ingombrante macchina, ma soddisfatte, perché tra poco potranno compiacersi della pubblica ribalta delle loro fatiche, e tra il giubilo degli amici già studieranno nuove pose, magari con principi azzurri, pardon, bianchi e neri, o i più arditi seppiati, che fotograferanno assorti nei pensieri o, taluni, in fase di sbaciucchiamento dell'io fotografante.

giovedì 16 giugno 2011

Regalo.

Ti regalo in ordine sparso:
la mia collezione di bustine di zucchero,
l'ennesima poesia,
un nuovo taglio di capelli,
un peluche che non vorrai,
la figurina di Annoni
e quella di Ferrante,
una canzone stonata,
i primi cinque minuti di Quarto potere,
poca barba,
tonnellate di libri,
le labbra verdi per la granita alla menta,
il mio ego,
la pancia,
due o tre idee di poco conto,
il mio ateismo materialista,
la paura di volare
o meglio di cadere,
il mio odio sconfinato per il sale che si secca sulla pelle,
il mio protagonismo,
pantaloni e maglia abbinati male,
il mio sguardo sfuggente
e le unghie mangiate,
diversi abbonamenti in curva,
quattro o cinque battute brillanti,
un naso importante,
le poesie lette di nascosto
come giornaletti porno,
il mio essere di sinistra,
l'animo da rivoluzionario in poltrona,
l'abilità di contare la pasta,
l'incapacità di cucinare.

venerdì 10 giugno 2011

CO2 Neutral.

Surfeggiando sulla rete e soprattutto sbirciando su ApPunti Sparsi ho scovato questa fantastica iniziativa: "Il mio blog è carbon neutral" promossa da DoveConviene.it.
Lo scopo è quello di promuovere la forestazione attraverso la rete piantando un albero per ogni blog aderente all'iniziativa, in modo da eliminare le emissioni causate dai costi energetici di ogni pagina pubblicata sulla rete.

- Cosa significa "carbon neutral"?
L'obiettivo è quello di ridurre le emissioni di anidride carbonica.

- Come riduco le emissioni del mio blog?
Per ogni blog che aderisce al progetto viene piantato un albero, in questo modo viene neutralizzata la produzione di anidride carbonica di ciascun sito per 50 anni!


- Il mio blog produce anidride carbonica?
Secondo il Dr. Alexander Wissner-Gross, attivista ambientale e fisico di Harvard, un sito web produce una media di circa 0,02 g di CO2 per ogni visita.
Assumendo 15.000 pagine visite al mese, questo si traduce in 3,6 kg di CO2 l’anno.
Questa produzione è legata soprattutto al funzionamento dei server.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) calcola che un albero assorba ogni anno in media circa 10kg di CO2. Viene considerato prudentemente 5kg l’anno per ogni albero.


Come mostra il conto sopra indicato, ogni blog produce almeno 3,6kg di CO2 l’anno, un albero ne elimina 5 e vive in media 50 anni! Aiutando a piantarne uno si può continuare a scrivere sul proprio sito per il prossimo mezzo secolo senza danneggiare l'ambiente!

- Se vuoi partecipare segui queste semplici istruzioni:

1. Scrivi un post sul tuo blog su questa iniziativa di Doveconviene.it, dicendo che il tuo è un blog o sito ad impatto zero.

2. Scegli il bottone che preferisci tra quelli indicati e inseriscili sul tuo blog, ad esempio nella barra laterale.

3. Segnala il link del tuo post scrivendo a co2neutral@doveconviene.it

4. Verrà piantato un albero per te, rendendo il tuo blog a impatto zero di CO2 !

Dove vengono piantati gli alberi? 
Doveconviene.it pianta con te e il tuo blog degli alberi in partnership con www.iplantatree.org, iniziativa ecologica tedesca che ha già realizzato opere di riforestazione in diverse aree. Al momento, il progetto di riforestazione attivo è dislocato a Göritz e gli alberi che stanno piantando sono querce.
A Göritz, presso Coswig (regione di Saxony-Anhalt), è in corso un progetto abbastanza importante, con la piantagione di 27,000 alberi su 3,4 ettari. L'area è un terreno soggetto a forestazione per la prima volta e si trova sulla strada B107, sulla destra appena prima di arrivare appunto al piccolo villaggio di Göritz.
Per maggiori dettagli sul progetto, la scelta delle piante e l'ecosistema in cui si inserisce, visita I plant a tree.
-Chi promuove l'iniziativa?
Doveconviene.it raccoglie i volantini della principali catene commerciali (Mediaworld, Unieuro, Ikea solo per citarne alcune), in modo che gli utenti possano sfogliare i volantini e confrontare le offerte in un unico luogo prima di fare acquisti. Qualche esempio:

http://www.doveconviene.it/catena/unieuro - Volantino Unieuro

I volantini digitali, oltre a consentire di risparmiare tempo e denaro facendo acquisti, sono anche un’alternativa ecologica, pulita e trasparente di informazione verso i consumatori rispetto al volantinaggio cartaceo, che è una delle maggiori fonti di spreco di carta (ogni anno 500.000 tonnellate di carta vengono impiegate per stamparli, pari a 3 milioni di alberi).
Grazie ad internet ed ai volantini digitali è possibile quindi salvaguardare anche il nostro pianeta. Vantaggi per il consumatore, per le aziende e e anche per l’ambiente.

Insomma, io ho aderito entusiasta, e mi aspetto che anche voi vi facciate travolgere dall'onda verde di DoveConviene.it perché proprio dalla rete possa partire un messaggio ecologista che riesca finalmente a fare presa sulla gente!
Aloha bella gente.

mercoledì 1 giugno 2011

"Tabaccheria" di F. Pessoa

Non sono niente.

Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'avvio.

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c'era, la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me...
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, nè in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c'è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell'amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull'Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno - non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s'incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall'amministrazione
perchè inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il padrone della Tabaccheria s'è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell'anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all'altra,
sempre una cosa inutile quanto l'altra,
sempre l'impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l'altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L'uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s'è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l'universo
mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

domenica 29 maggio 2011

Dalla parte del Toro.

Vaffanculo a tutti. Proprio tutti.
Ai mangia pane a tradimento in campo, al "capitano della mia anima", all'avvinazzato in panchina, al mafiosetto in erba seduto al suo fianco e soprattutto a chi tutto questo ha creato, Urbano Cairo.
Ora è il momento degli insulti e delle bestemmie: è il momento che tutti stanno zitti e noi si sfoga la rabbia che abbiamo dentro, perché hanno sporcato col loro poco sudore la nostra maglia.
Uno vaffanculo lo riservo a quella curva, intesa come entità astratta, del tutto asincrona rispetto al calcio giocato, incapace di mettere ritmo o di trasmettere passione; che non trascina più, che non è più la Maratona.
Ed un ultimo speciale vaffanculo per la starnazzatrice alle nostre spalle, gradevole come un tacco di Pellicori.
Un grazie a Luca che ha diviso chilometri e incazzature; un grazie agli amici di Novi per le risate e gli insulti e gli abbracci.
Un'altra stagione di merda se n'è andata.

lunedì 23 maggio 2011

Bella bellissima.

L'amica grassa ride con troppi denti, mentre l'altra più magra e carina ride chiudendo gli occhi come se guardaRti le costasse troppo. Davanti a loro altre amiche trovano nei racconti di un sabato sera troppo alcolico la ragione di altre facili risate: occhi chiusi e denti.
Racconti ad alta voce di uomini e baci di cui una è assoluta protagonista, mentre le altre tentano di carpire il dettaglio piccante in grado di risollevare la giornata. Di tanto in tanto uno sguardo ad occhi stretti si posa su di me, come a concedermi un onore, come a volermi regalare nella sua infinita bontà un pezzo di paradiso.
Due seni irriverenti spuntano da una maglietta troppo stretta per pensare che l'effetto non sia voluto: così, catalizzatrice di sguardi, attraversa quell'angolo di periferia piemontese, generosa di occhiate per tutti ma intima per nessuno.
Solo la grassona al suo fianco pare tenerle testa con gli sguardi, ma ne è solo opaca imitazione, o costante supporto ed elemento di paragone, a ricordare a tutti il pane quotidiano che ci tocca al posto di questa mattutina ambrosia.
Una signora imbellettata e ricoperta di bigiotteria da tabacchino sale tra il fumo di una sigaretta al mentolo che ha appena gettato fuori dal treno, spegnendola con mirabile maestria con il tacco vertiginoso che porta ai piedi: il cui buon gusto potrebbe essere messo in discussione anche da una mignotta. Immancabilmente impalla la vista degli occhi stretti della bellissima, mi ritrovo così costretto a probabili sedute per non essere l'unico del vagone a doversi negare quell'angolo di paradiso in terra
Dell'idiozia dei discorsi, delle amiche, del caldo e delle grida strazianti di un neonato nessuno si cura, tutti misticamente protesi verso quel pezzo di infinito. Poi, immensa gioia, un suo ultimo sguardo fende l'aria attraversando la cortina di sudore che un giovane studente ha sparso per la carrozza, posandosi sui capelli scompigliati e le occhiaie del sottoscritto. Lì si pianta e non si sposta più nonostante le mie manovre evasive: i miei occhi rimbalzano tra il paesaggio esterno (una desolante periferia cittadina) e le mie scarpe.
Arriva dunque la stazione Porta Susa, raccolgo il mio zaino e scendo lentamente da treno con passo misurato, novello Cary Grant, attendendo che subito dietro di me lei, bellissima, scenda.
Mi si avvicina con fare sicuro, nonostante io sia venti centimetri più alto e abbia un discreto numero di anni in più. Parla.
-Cazzo scrivi sempre coglione.-
Si allontana ridendo. Inizia un'altra giornata.

domenica 22 maggio 2011

La fattoria degli animali.

Quarta lettura.
Si tratta del capitolo finale de "La fattoria degli animali" di George Orwell. Nascita e morte del comunismo vista dagli occhi di un socialista disilluso. Un libro assolutamente da leggere e una lezione assolutamente da cogliere.



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venerdì 20 maggio 2011

Caso.

Alessandro è appena tornato da Baghdad. Ha sparato a quindici persone, due in piena faccia. Gli è piaciuto un sacco.
Lo ha raccontato anche alla mamma nelle lettere che le ha scritto e su Facebook lo ha scritto nella chat a Marta, che così gli ha detto ci vediamo poi quando sei a casa per prenderci un caffè. Quelle come Marta prima di Baghdad manco gli parlavano.
Le quindici persone non avevano un nome, ma solo un insieme di suoni glutturali, tipo suo nonno quando stava per scatarrare per terra sulla strada davanti a casa. L'aveva sempre detto suo nonno che l'esercito era una buona cosa, che il fucile ti da una mano, che sti arabi bisognava farli stare a casa loro. Che uomo il nonno, era stato repubblichino, poi democristiano ed era poi diventato sostenitore di AN, ma non per quel rottinculo di Fini, ma per uomini come La Russa che a quegli stronzi comunisti ne cantavano quattro in televisione.
Non vede l'ora di essere a casa: salutare la mamma, sistemarsi in camera e dormire un oretta, poi scrivere a Marta e via per un caffè, che poi tutto il resto che veniva era buono. L'idea era di non tornare in missione ma di restarsene un po' qui. Che tanto di negri arabi e cose varie ce n'erano a volonta anche da noi. Se lo ricordava ancora quand'era bambino i primi marocchini, pochi, coi fazzoletti. Ora sono ovunque, pare di stare in Africa. Stranieri a casa propria. Era la frase giusta, che descriveva perfettamente la situazione. Lui avrebbe risolto facilmente il roblema: tutti a casa propria e nessuno che rompa le balle.
Nella macchina fa un caldo afoso e Alessandro cerca in tutti i modi di far partire l'aria condizionata. Si piega più vicino per capire cosa non va.
Dall'altra parte un camion vede la Punto invadere la corsia e inevitabilmente piantarglisi dentro some un enorme moscerino.
La sera Marta accende il telegiornale: E' morto uno dei nostri eroi.
Peccato solo che l'autista del camion non fosse marocchino.

giovedì 19 maggio 2011

Che Dio mi salvi.

Che Dio mi salvi dai capelli grigi, dai vestiti grigi, dai giorni grigi.
Che Dio mi salvi da Vasco Rossi e Ligabue.
Che Dio mi salvi dai bagni al mare e dalle grigliate nei prati.
Che Dio mi salvi dal passeggiare mano nella mano.
Che Dio mi salvi dal silenzio.
Che Dio mi salvi dalla nausea dopo aver mangiato troppo.
Che Dio mi salvi dall'abbruttirmi per averne viste troppe.
Che Dio mi salvi dai pranzi coi parenti.
Che Dio mi salvi dalle diete e dagli autoabbronzanti.
Che Dio mi salvi dai brutti libri.
Che Dio mi salvi dalla sfiducia per le mie idee.
Che Dio mi salvi dai francesi, tedeschi, inglesi.
Che Dio mi salvi dagli italiani.
Che Dio mi salvi da dire a mio figlio "Eh, ai miei tempi."
Che Dio mi salvi le ginocchia e le caviglie.
Che Dio mi salvi dagli stronzi e dagli ignoranti.
Che Dio mi salvi dagli asparagi.
Che Dio mi salvi dalla politica e dai politici.
Che Dio mi salvi, soprattutto, da me stesso.

lunedì 16 maggio 2011

Binario.

Sulla banchina della nuovissima stazione di Porta Susa ci sono due ombre nere. La prima di nome fa Mario, la seconda Carlotta. Mario a Carlotta non si conoscono, e aspettando il treno si guardano i piedi: lui immobile, con immancabile sigaretta spenta tra le labbra, lei cerca in qualche modo di reggere sulla spalla magra e ossuta una borsa davvero troppo pesante.
Di tanto in tanto gli sguardi si incrociano, paiono annusarsi i due, come cani, e nonostante sia notte fonda, faccia davvero troppo caldo e il treno sembri non arrivare più nessuno dei due trova la forza di abbozzare un discorso, per ingannare l'attesa.

lunedì 9 maggio 2011

Anguilla - Gunther Grass

Tratto da "Il tamburo di latta", ho scelto questa pagina per il ritmo incalzante, e perché tratta dal mio libro preferito. Godetevela.


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mercoledì 4 maggio 2011

Deturpato.

Che poi ci hai provato ad inseguirmi mentre correvo sul mio motorino. Bruciando benzene. Ma i tuoi capelli verdi come la benzina che sporca le strade e accende fuochi nelle periferie. Di notte.
E le siringhe piene di veleno con le quali cercavi passaggi verso gli ospedali, finendo invece a gridare in piena notte il tuo odio e la tua cazzo d'infelicità ai palazzoni di Barriera Milano, mentre le luci delle finestre ti sembravano psichedeliche, lampeggianti, tra fiumi d'urina e miasmi di scopate nei letti di quelli che la mattina si mettono la divisa e vanno a guidare i tram.
Quindi è arrivato il momento, pensavo, mentre ti accompagnavo lungo la Dora a comprare altro veleno e a cercare nel tuo di veleno la mia poca felicità. E non è servita a niente la mia bicicletta mimetica, che la luce dei semafori faceva adesso nera adesso arancione, perché le pozzanghere erano così alte che io finivo per affogarci, e tu mi trascinavi tra i binari morti per farmi conquistare a fatica la prima fermata della metropolitana, dove negli angoli bui concepire figli e dosi che non avremo mai.
Ricorderò di te l'acne giovanile, le tue impronte digitali sui proiettili, che lanciavi con le mani addosso a divise e caschi, che alla fine ci hanno fregati, e non ci restano altro che le bombe atomiche e le scie chimiche, e castelli di cartone e stagnola da far crollare stremati e tremanti, al ritorno dal SerT, mentre corriamo a cercare posti sulle barricate, o sui tetti dei garage, per il prossimo concerto di Vasco.

martedì 3 maggio 2011

CAMPIONI.

Non ci sono parole, solo il silenzio. 
E la certezza: siete Eroi. Per sempre.

Valerio Bacigalupo 
Aldo Ballarin  
Dino Ballarin
Emile Bongiorni
Eusebio Castigliano 
Rubens Fadini
Guglielmo Gabetto
Ruggero Grava
Giuseppe Grezar
Ezio Loik
Virgilio Maroso
Danilo Martelli
Valentino Mazzola
Romeo Menti
Piero Operto
Franco Ossola
Mario Rigamonti
Giulio Schubert

lunedì 2 maggio 2011

I pazzi sul treno.

A cercare un pizzico di normalità nei pazzi sul treno, quelli che ti guardano e fanno "Ciuf ciuf". Perché, almeno loro, hanno la coerenza di morirci da pazzi, mentre la maggior parte degli altri vogliono vivere da stronzi ma morire da eroi.
Ci ha provato il Picconatore, uno che aveva pubblicamente ammesso che avrebbe dato il consenso di sparare sugli studenti, o almeno ci hanno provato quelli intorno, a commuoversi e chiamarlo statista: testa di cazzo eri e testa di cazzo rimani, anche da morto.
Ieri è stato il turno del Michael Jackson del Cattolicesimo, il self made man in abito bianco, che tra una parola e l'altra con i giovani si è fatto scappare benedizioni e sorrisi e strette di mano ad Augusto Pinochet: peccato Karol, sarà per la prossima volta.
Prima, il più grande di tutti, il bastardo corrotto che ha mandato in bancarotta il paese, Craxi of course, che il TG1 ha paragonato a Gesù Cristo, quello che è scappato in Tunisia per evitare l'arresto: stronzo da vivo, stronzo da morto.
Perché sennò poi è troppo facile, se da morti tutto viene dimenticato, poi si rivalutano Mussolini e Stalin, che poveracci sono morti, vorrai mica portargli rancore.
Ecco, tutto questo per ricordarvi, ai prossimi funerali di Stato per un'altra delle teste di cazzo, che non solo avete il diritto, ma il dovere, di fischiare e urlare e sputare. Il diritto di chiedere che nulla venga dimenticato. Il diritto di chiedere che Andreotti (primo o poi toccherà anche a lui) non venga ricordato come un grande statista, ma come la grandissima testa di cazzo che è sempre stato. Il buonismo è il male del nostro tempo: il desiderio piccolo borghese di essere in pace con tutti. Odiate, odiate a più non posso, gridate e scalciate, non lasciate che le catene del buonismo e della menzogna vi inchiodino ad una realtà artificiale, dove i buoni sono buoni, e i cattivi sono buoni lo stesso.
Io, nel mio piccolo, non dimentico. Non fatelo neanche voi.

lunedì 25 aprile 2011

Bella ciao.

Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.

O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
sotto l'ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior

Questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà

domenica 24 aprile 2011

Leggo io - "Divina invasione" di Philip K. Dick.

Nel giorno di Pasqua un po' di esegesi biblica da parte del miglior scrittore di fantascienza mai esistito.
Il romanzo è frutto di dosi eccessivi di cocaina eroina e antidepressivi ed è il testamento ideologico (assieme a "Valis" e "La trasmigrazione di Timothy Archer") di un uomo perseguitato dalla follia della sua mente e dal suo peccato originale, essere l'unico sopravvissuto di un parto gemellare, che lo farà vive eternamente in fuga: dai salotti buoni della letteratura, dall' F.B.I. e soprattutto da se stesso.
Il dialogo si svolge tra due ragazzini di dieci anni, Emmanuel è l'incarnazione di Yahweh, mentre Zita (letteralmente fata) è la saggezza, compagna inseparabile del divino.
Buon ascolto.


Muzicons.com

giovedì 21 aprile 2011

"Il rigore più lungo del mondo" di Osvaldo Soriano

Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c'era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie. I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa partecipavano sedici squadre e l'Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Cedo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa perché era l'unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per uno a zero con l'Escudo Cileno, un'altra squadra miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.

domenica 17 aprile 2011

Leggo io.

Ho deciso di aprire una nuova sezione del blog, una raccolta dei brani che preferisco letti da un grande italiano: me!
L'idea è quella di incuriosire qualcuno e stimolarlo quindi ad approfondire leggendo l'intero libro.
Il link sarà di fianco a quello dell'Haiku Project.

Buon ascolto, e buona vita!

giovedì 14 aprile 2011

Recensione di "Il giorno che hanno ucciso Silvio B."

Secondo romanzo della rinomata "saga del vendicatore" (preceduto dall'opera prima "Da La Russa con amore" e seguito da "V per Veltroni") è forse il romanzo più compiuto e memorabile della sterminata opera dell'eclettico Taddeo Deprari.
La trama oltremodo scarna è riassunta nella frase di apertura del libro: "Ore 1.29 del 5 aprile 2011, Silvio B. viene ucciso.", il romanzo è quindi il racconto soggettivo dei protagonisti della vicenda, intramezzato dai lanci dei giornali che incalzanti seguono la vicenda e le tracce del presunto killer.
Nel ciclone di personaggi famosi, illustri sconosciuti, calciatori, veline, prostitute, ministri, prostitute ministri, il lettore si trova al centro, fermo, a guardare tutto quel mondo girargli attorno, senza via d'uscita e senza possibilità di capire alcunché della vicenda.
Memorabili i passaggi sulle ore precedenti l'omicidio ("Signor presidente, lei deve essere visitato. Mi visiti questo signorina.") e le interviste di Emilio Fede, ad amici e parenti, in lacrime.
Col pretesto di scovare il colpevole dell'omicidio, Deprari ci apre le porte di un mondo fatto di rancori ed invidie, di politicanti mafiosi e mafiosi politicanti, di corrotti corruttori e corruttori corrotti, dove ognuno è se stesso e allo stesso tempo la propria nemesi, confondendoci, per poi prenderci per mano e guidarci verso una baia sicura. Del tutto false le accuse di essere un romanzo politicizzato, l'opera si candida ad essere "Le 120 giornate di Sodoma" del nostro millennio, dove scafate meretrici della politica italiana ci guidano tra i peccati e i vizi di chi gestisce questo Paese, nel quale il romanzo cade come una bomba, a disintegrare l'ultimo tabù rimasto, il timore dei potenti.
Travagliata, invece, la vicenda editoriale: il romanzo è stato pubblicato prima in Ucraina e poi attraverso il "mercato nero" importato in Italia dove ha ottenuto un pronto successo, diventando subito un best seller Mondadori.
Non resta che consigliare caldamente questa lettura a chiunque abbia voglia di farsi accompagnare attraverso le paludi della politica italiana da uno scrittore abile e scaltro, il Marchese de Sade della letteratura italiana.

martedì 12 aprile 2011

L'acqua gialla.

Alberto cameriere di professione ha un caldo pazzesco di sabato sera mentre serve l'arrosto con le patate ai quattro signori in giacca e cravatta. Signori distinti, quelli da mancia nel taschino e portasigarette d'oro.
Una, due, tre patate novelle nel piatto di ciascuno, mentre intanto la discussione è animata: -Il prossimo anno si berrà acqua gialla.- -Bravo.- -Giusto.- -Bene.-
I quattro signori stanno decidendo la moda per l'estate successiva, mentre quella in corso sta scappando via veloce, come le sue mode, che stanche non vedono l'ora di essere superate.
Sorride Alberto, acqua gialla che idea, e poi lui non le segue le mode, è un tipo tutto d'un pezzo, uno che bada ai fatti suoi senza farsi distrarre da mode pubblicità e marketing vari.

lunedì 11 aprile 2011

Sulle ragazze in minigonna e il comunismo.


Tutti i giorni i tram sono pieni di gente. Quando piove però strabordano: inghiottono ed espellono esseri umani ad ogni fermata, con la voracità di un Giuliano Ferrara dissenterico.
Ecco, su ogni tram c'è una ragazza in minigonna. In tutti tutti tutti i tram ce n'è una, può darsi che sia seduta al primo posto o in piedi al fondo, ma stai pur tranquillo che se cerchi bene la trovi.
La ragazza in minigonna è una dotazione essenziale di ogni mezzo pubblico, catalizzatrice del 50% degli sguardi della popolazione maschile del mezzo (gli altri sono inevitabilmente catalizzati dal polo opposto, la ragazza troppo scollata), svia l'attenzione dal puzzo d'ascella e rende sopportabile un viaggio di 35 minuti per attraversare 5 interminabili chilometri d'asfalto.
L'altro giorno salgo sul tram e scorgo, inevitabilmente, la sua ragazza in minigonna: abbigliata da ragazza alternativa, fa comparire da una gonnellina psichedelica due lunghe gambe bianche, sulle quali gravana già gli sguardi di un gruppetto di pensionati di ritorno dal mercato.
L'altro giorno pioveva, quindi il Giuliano Ferrara in arancione era disumanamente pieno, e faticavo a fare in modo che i miei sensi si concentrassero sulle sue gambe e non sul terribile tanfo d'ascella che mi schiaffeggiava. La ragazza in minigonna non è sola ma è accompagnata da quello che si presume essere il suo fidanzato, e che evidenzia come per le ragazze alternative l'igiene personale non sia un requisito fondamentale nella scelta di un partner. Ovviamente nessuno si cura dello sbandato di fianco a lei, ma tutti si curano delle sue gambe, storte peraltro.
Non c'è niente da fare, troppa gente, troppa puzza, troppo caldo, non riesco a concentrarmi sulle bianche gambe cromosomiche che spuntano dalla gonnellina, e mi ritrovo quindi a vagolare con i pensieri e con lo sguardo per il mezzo: finchè non vedo un signore con baffoni e colbacco che guarda fuori dal finestrino, seduto.
Ecco, lo guardo e capisco che quello è un vero comunista, ha pure una spilletta con falce e martello attaccata alla giacca. Lui guarda fuori come se niente di questo tram lo disturbasse, e io lo ammiro con tutta la forza, lo ammiro perchè ha il coraggio di guardare altrove, fuori da questo puzzolente e rumoroso tram torinese, e leggo nel suo sguardo che vede oltre, pensa già a quando sarà sceso, al vento fresco sulla faccia e al profumo di un buon caffè al bar.
Poi arriva la fermata, Giuliano Ferrara dimostra poco appetito ma una poderosa digestione, così che il tram si svuota, respiro, non c'è quasi più puzza, e al centro del mezzo trovo anche un posto a sedere. Guardo l'uomo col colbacco, ma il mio sguardo è catturato dalle gambe della ragazza in minigonna: bianche e storte, ma pur sempre gambe. Nonostante tutto il tram sembra un posto migliore e non ho più così tanta voglia di scendere.
L'altro giorno ho capito perchè ha perso il comunismo.

giovedì 7 aprile 2011

Getto la spugna.

Lascio l'amore vero a quelli più belli di me.
A quelli a cui brillano gli occhi ogni volta che la guardano.
A quelli che le corrono incontro alla stazione e non sono sudati.
A quelli che trovano il ristorante giusto col cibo giusto.
A quelli che la guardano bevendo un bicchiere di vino.
A quelli che il primo bacio non lo scordano mai.
A quelli che non puzzano nemmeno dopo una maratona.
A quelli che non dimenticano le date.
A quelli che ogni giorno con te è un giorno speciale.
A quelli che hanno passione da vendere.
A quelli che hanno sempre una frase giusta.
A quelli che vanno alle terme.
A quelli che "verrei allo stadio ma oggi è il mio anniversario".
A quelli che non sbavano mai.
A quelli che vanno in vacanza per farsi delle foto assieme.
A quelli che se non la vedono per due giorni si sentono male.

A me, invece, restano le briciole, le dimenticanze, resta il caldo e l'ingombrante presenza del mio ego. Così ci si deve accontentare, bene o male, di baci strappati di forza, come se ogni volta Alice dovesse attraversare lo specchio per rubarmi un po' d'amore, del mio corpo eccessivamente accaldato, dei miei addominali pigri, del mio naso ingombrante, delle mentine per l'alito. Ci si deve accontentare della meccanicità di ogni gesto, del rendersi conto dell'incredibile estraneità di ogni altro essere umano e della propria immensa ed inconsolabile solitudine.
Ecco, per quelli come me, che non sono "belli", l'amore non è altro che il ribadirsi ossessivo della propria finitezza e della propria incompletezza: della straziante solitudine della mela nata monca, e che cerca e cerca non troverà mai la sua metà. E qui sta il segreto, appoggiarsi l'uno all'altro, sfiorarsi quel tanto da stare in equilibrio, che marcire si marcisce tutti, ma a farlo da soli si marcisce prima.

lunedì 4 aprile 2011

Emigrato

Sono le 8.37 del mattino. Sono appena sbarcato e tocco terra dopo un numero interminabile di ore abbandonato sul mare. Ho addosso i quattro stracci con cui sono partito, la barba da fare e puzzo in maniera indescrivibile. Tengo stretta in mano una valigia legata con della spago, dentro ho un po' di biancheria, mentre i pochi soldi mia madre me li ho messi nella tasca segreta che mia madre mi ha cucito nei pantaloni. So l'ora perché un ragazzone ci sta registrando uno ad uno, e di fianco ad ogni nome mette la nazionalità e l'ora di registrazione.

venerdì 25 marzo 2011

Il Capo.

Canticchiando procede a ritmo serrato verso la stanza del secondogenito. "Che non se ne salvi nessuno" gli è stato detto: e nessuno si salverà.
Senza nome e senza motivo, semplicemente perché quando la mazza scende e senti il rumore delle loro teste che si sgretolano sotto il legno ti senti Dio. "Andiam andiam andiamo ad ammazzar" canta e ride di gioia, con gusto accarezzandosi la cicatrice sul collo. Ha in cuore la cattiveria e la consapevolezza dei giusti: è un arma e in quanto tale agisce. Non sceglie lui le vittime, è come una pistola, innocente e puro.
Fa salire la mazza e poi con violenza la fa scendere. L'esplosione. Pezzi di cranio e di cervello gli imbrattano i vestiti, il cuscino bianco si tinge di rosso forte. Anche stasera il lavoro è fatto.
Il Capo ha lasciato un messaggio, "Ciao. Via Cairoli 10 alle 22" non serviva altro, alle 22 si è presentato, ha forzato la serratura e li ha uccisi tutti, con la gioia di chi fa il suo lavoro e lo fa bene, con la gioia dei bambini che tornano a casa e dicono al papà di aver preso 8 di matematica. Poi il volantino appiccicato con della colla industriale sulla porta d'ingresso "Morte alla borghesia, ai figli di puttana e al denaro." niente di più e niente di meno.
Onestamente non sa cosa sia la borghesia o cosa sia il denaro, ma sa che il Capo è nel giusto e quindi ammazza e canta e si pulisce i vestiti in lavanderia, di quelle a gettoni, che nei film si rimorchia sempre ma lui ha trovato sempre e solo marocchini puzzolenti a lavarsi l'unico altro vestito oltre quello che hanno addosso.
Non deve telefonare al Capo finito il lavoro, anche perché non ha il suo numero: il Capo chiama e il Capo parla, lui ascolta e agisce. Una coppia perfetta, che assieme lavora perfettamente. La polizia ha ben ventisette omicidi irrisolti, teste sfracellate con un colpo di mazza, teste di padri e di madri e di bambini. Teste importanti, e quindi sono tutti visibilmente incazzati, soprattutto ai posti di blocco, soprattutto quando fermano un extracomunitario per strada, soprattutto con chi non si può difendere, perché si resta Poliziotti anche da incazzati.
Ora per la strada fischietta, questo era un professore di ginnastica, lo aveva visto in televisione "I vostri figli non fanno sufficientemente moto. Più ore di ginnastica per figli più sani." stretto in quelle orrende tute da ginnastica, sprizzante energia da ogni poro. Eppure la sua testa non era più solida delle altre, steso rumore e stesso schizzo di sangue, forse un po' meno cervello.
Aveva sempre odiato, da ragazzo, i professori di ginnastica, che non facevano altro che far crescere nella bambagia tutti i suoi amici, convincendoli che fosse corretto stringere la mano a che perde, costringendoli a castrare la loro fantasia per fare solo giochi educativi "che permettessero un corretto sviluppo del corpo del ragazzo", a umiliarlo sudato e ansimante quando non riusciva a completare l'ultimo giro di campo. Invece lui era più forte, se solo gli avessero permesso di usare le mani, non gli sarebbero serviti i giri di campo per risultare il migliore. Se lo ricordava il suo professore di ginnastica, impettito col fischietto tra le labbra, a gridare e fischiare, novello Duce di sto gran cazzo.
Ora un tremore e un certo stordimento, sorride, pulisce quel po' di cervello rimasto sulla maglia: il Coglione ha fatto il lavoro, pensa.
Rientra in casa, conta sul tavolo i gettoni della lavanderia e lascia un messaggio: "Ciao. Corso Regina 23 alle 24".
Il Capo guarda un po' di televisione, stampa un volantino e va a dormire, domani il Coglione deve essere in forma, gli si fa ammazzare il Sindaco.
Si addormenta col sonno del giusto, grattandosi la vecchia cicatrice sul collo.

martedì 15 marzo 2011

Vaudeville.


E spararono al cantautore
in una notte di gioventù,
gli spararono per amore
per non farlo cantare più;
gli spararono perché era bello
ricordarselo com'era prima,
alternativo, autoridotto,
fuori dall'ottica del sistema.
Scemo, scemo.