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lunedì 24 gennaio 2011

Piedi e gomito.

Mica è stato facile ammazzarti, trentotto coltellate sono tante da dare una dietro l'altra e devo ammettere che alla fine mi faceva anche un po' male il braccio. Non ne volevi sapere di morire, io ti pregavo di farmi almeno quell'ultimo favore: muori, dai muori. Tu niente. Mi fissavi con quegli occhi vitrei, come a scrutarmi nell'anima, come quella volta che mentre facevamo l'amore mi hai chiamato col nome di un altro, e poi invece che scusarti mi hai guardato fisso negli occhi, per leggermi dentro la mia gelosia. Te li sei meritati gli schiaffi quella volta. Poi mi sono vestito veloce, senza mettermi le mutande, e sono corso fuori a cercare il bastardo che era stato a letto con la mia donna. Facile, di Marco ne conoscevi due, ed escluso il vicino di casa ottuagenario restava solamente quel pezzo di merda che faceva il barista al bar giù in paese. Sono entrato nel bar, mi sono seduto al bancone come tutti i giorni e ho ordinato una grappa. Poi un'altra. E un'altra ancora. Ubriaco a sufficienza mi sono alzato barcollante e ho detto a Marco, quel figlio di puttana di Marco, di uscire fuori che volevo spaccargli il muso. "Ah, te l'ha detto?" è stata la risposta "eddai, non fare il coglione, e poi tra tutti dovevi proprio rompere il cazzo a me?". Il resto non l'ho sentito perché stavo già vomitando sullo schifoso bancone di quel merdoso bar. E tra un conato e l'altro biascicavo incomprensibili insulti e bestemmie, in dialetto, come si addice ad ogni ubriaco. Il giorno dopo ero di nuovo a casa, qualche buon samaritano mi ci aveva riportato, e tu come una gatta mi chiedevi perdono, "non succederà più", e ti addormentavi stretta a me. Ti sei anche fatta scopare di giorno, come agli inizi, quando sembrava che i nostri corpi non potessero stare staccati nemmeno per un secondo.

Eppure alla decima o undicesima coltellata, avevi smesso di urlare, ed io inesperto ti avevo creduto morta. Crederti è sempre stato il mio più grande errore. Non ti tradirò più, lui non contava niente per me, il figlio è tuo. La casa nuova, la città nuova, nuove frequentazioni. Ingegneri e dottori con la camicia e la cravatta, mentre io continuavo ad avere dei maglioni slabbrati e le mani callose del manovale. Lavoravo giorno e notte, per noi, perché il piccolo non patisse nessuna rinuncia. Non mi accorgevo dei tuoi abiti sempre più costosi, dei sorrisi maliziosi che ti lanciavano quei vestiti con la testa e degli occhi neri come il carbone di nostro figlio, di vostro figlio, mentre i nostri erano entrambi azzurri. Ora lo so, te li scopavi, tutti o forse uno solo, ma non fa differenza. poi piazzavi il tuo corpo freddo accanto al mio, i tuoi piedi sulle mie gambe e il tuo gomito nella mia schiena, ad infliggermi ulteriore dolore, a rafforzare il dolore spirituale con quello fisico. Ma un giorno sono rientrato prima, e sulla sedia c'era una cravatta e grida dalla nostra camera. Così sono scappato di nuovo, questa volta non c'era nessun Marco da cercare, allora mi sono ubriacato in un bar qualunque e sono tornato a casa il giorno dopo senza dire niente. E ho creduto di nuovo alle tue bugie: niente più cravatte, e ti accucciavo docilmente accanto a me la notte, come una gatta.

Davvero difficile ammazzarti, sai. Al commissariato non ci credevano quando mi sono presentato dicendo che avevo ucciso mia moglie. Uxoricidio. L'ho imparato al processo, lo diceva continuamente tua madre, lo ripeteva ossessivamente a tutti i giornalisti, che le avevo strappato la sua bambina due volte, la prima con un anello e la seconda con un coltello. Quella stronza mi ha sempre odiato: tu meritavi di meglio, certo, magari un uomo come tuo padre così ora sarei a scoparmi la segretaria, e tu saresti ubriaca sulla poltrona della tua lussuosa villa con prato e piscina. Ora ha nostro figlio, cioè figlio tuo e di chissà chi, almeno potrà frequentare le scuole migliori e vergognarsi di suo padre, magari anche cambiare cognome quando sarà più grande.

Al processo non ho detto niente di tutto questo, sarebbe stato superfluo e avrebbe fatto perdere un sacco di tempo a giudici e avvocati che avevano sicuramente cose migliori da fare. E così mi sono sbarazzato dei giornalisti, del "Mostro di Torino", del "bagno di sangue", della psicologia da quattro soldi e di Porta a Porta e di Matrix. Dopo che sei in carcere non si occupano più di te, c'è sempre un nuovo processo da seguire, e così ti lasciano in pace, ti lasciano un po' di riposo. Quello che mi ha stupito è che tra tutti gli interrogatori e le interviste nessuno abbia fatto la domanda cruciale, e così ti lasciano in pace, ti lasciano un po' di riposo. Volevano raccontare quella storia e così è stato. L'ho saputo solo al processo che era l'allenatore di nostro figlio, tuo figlio. Loro volevano sapere come vi avessi beccati, volevano il macabro, il pornografico, così ho inventato una storia credibile, vi avevo visti troppo intimi dopo una partita, i particolari li inventavo sul momento, e mai nessuno che si sia accorto di questo, erano tutti troppo impegnati a sbirciare dal buco della serratura la nostra vita, come quando da ragazzi si spia nello spogliatoio delle femmine, sperando di vedere una tetta, si si è fortunati un po' di pelo nero. Così gli ho dato tutto le tette i il pelo che volevano, senza mai però dire la verità, quella l'ho lasciata per te, perché almeno tu la devi sapere: mi puntavi di nuovo il gomito nella schiena e i tuoi piedi gelati si sfregavano sulle mie gambe.

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