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lunedì 25 aprile 2011

Bella ciao.

Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.

O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
sotto l'ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior

Questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà

domenica 24 aprile 2011

Leggo io - "Divina invasione" di Philip K. Dick.

Nel giorno di Pasqua un po' di esegesi biblica da parte del miglior scrittore di fantascienza mai esistito.
Il romanzo è frutto di dosi eccessivi di cocaina eroina e antidepressivi ed è il testamento ideologico (assieme a "Valis" e "La trasmigrazione di Timothy Archer") di un uomo perseguitato dalla follia della sua mente e dal suo peccato originale, essere l'unico sopravvissuto di un parto gemellare, che lo farà vive eternamente in fuga: dai salotti buoni della letteratura, dall' F.B.I. e soprattutto da se stesso.
Il dialogo si svolge tra due ragazzini di dieci anni, Emmanuel è l'incarnazione di Yahweh, mentre Zita (letteralmente fata) è la saggezza, compagna inseparabile del divino.
Buon ascolto.


Muzicons.com

giovedì 21 aprile 2011

"Il rigore più lungo del mondo" di Osvaldo Soriano

Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c'era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie. I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa partecipavano sedici squadre e l'Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Cedo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa perché era l'unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per uno a zero con l'Escudo Cileno, un'altra squadra miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.

domenica 17 aprile 2011

Leggo io.

Ho deciso di aprire una nuova sezione del blog, una raccolta dei brani che preferisco letti da un grande italiano: me!
L'idea è quella di incuriosire qualcuno e stimolarlo quindi ad approfondire leggendo l'intero libro.
Il link sarà di fianco a quello dell'Haiku Project.

Buon ascolto, e buona vita!

giovedì 14 aprile 2011

Recensione di "Il giorno che hanno ucciso Silvio B."

Secondo romanzo della rinomata "saga del vendicatore" (preceduto dall'opera prima "Da La Russa con amore" e seguito da "V per Veltroni") è forse il romanzo più compiuto e memorabile della sterminata opera dell'eclettico Taddeo Deprari.
La trama oltremodo scarna è riassunta nella frase di apertura del libro: "Ore 1.29 del 5 aprile 2011, Silvio B. viene ucciso.", il romanzo è quindi il racconto soggettivo dei protagonisti della vicenda, intramezzato dai lanci dei giornali che incalzanti seguono la vicenda e le tracce del presunto killer.
Nel ciclone di personaggi famosi, illustri sconosciuti, calciatori, veline, prostitute, ministri, prostitute ministri, il lettore si trova al centro, fermo, a guardare tutto quel mondo girargli attorno, senza via d'uscita e senza possibilità di capire alcunché della vicenda.
Memorabili i passaggi sulle ore precedenti l'omicidio ("Signor presidente, lei deve essere visitato. Mi visiti questo signorina.") e le interviste di Emilio Fede, ad amici e parenti, in lacrime.
Col pretesto di scovare il colpevole dell'omicidio, Deprari ci apre le porte di un mondo fatto di rancori ed invidie, di politicanti mafiosi e mafiosi politicanti, di corrotti corruttori e corruttori corrotti, dove ognuno è se stesso e allo stesso tempo la propria nemesi, confondendoci, per poi prenderci per mano e guidarci verso una baia sicura. Del tutto false le accuse di essere un romanzo politicizzato, l'opera si candida ad essere "Le 120 giornate di Sodoma" del nostro millennio, dove scafate meretrici della politica italiana ci guidano tra i peccati e i vizi di chi gestisce questo Paese, nel quale il romanzo cade come una bomba, a disintegrare l'ultimo tabù rimasto, il timore dei potenti.
Travagliata, invece, la vicenda editoriale: il romanzo è stato pubblicato prima in Ucraina e poi attraverso il "mercato nero" importato in Italia dove ha ottenuto un pronto successo, diventando subito un best seller Mondadori.
Non resta che consigliare caldamente questa lettura a chiunque abbia voglia di farsi accompagnare attraverso le paludi della politica italiana da uno scrittore abile e scaltro, il Marchese de Sade della letteratura italiana.

martedì 12 aprile 2011

L'acqua gialla.

Alberto cameriere di professione ha un caldo pazzesco di sabato sera mentre serve l'arrosto con le patate ai quattro signori in giacca e cravatta. Signori distinti, quelli da mancia nel taschino e portasigarette d'oro.
Una, due, tre patate novelle nel piatto di ciascuno, mentre intanto la discussione è animata: -Il prossimo anno si berrà acqua gialla.- -Bravo.- -Giusto.- -Bene.-
I quattro signori stanno decidendo la moda per l'estate successiva, mentre quella in corso sta scappando via veloce, come le sue mode, che stanche non vedono l'ora di essere superate.
Sorride Alberto, acqua gialla che idea, e poi lui non le segue le mode, è un tipo tutto d'un pezzo, uno che bada ai fatti suoi senza farsi distrarre da mode pubblicità e marketing vari.

lunedì 11 aprile 2011

Sulle ragazze in minigonna e il comunismo.


Tutti i giorni i tram sono pieni di gente. Quando piove però strabordano: inghiottono ed espellono esseri umani ad ogni fermata, con la voracità di un Giuliano Ferrara dissenterico.
Ecco, su ogni tram c'è una ragazza in minigonna. In tutti tutti tutti i tram ce n'è una, può darsi che sia seduta al primo posto o in piedi al fondo, ma stai pur tranquillo che se cerchi bene la trovi.
La ragazza in minigonna è una dotazione essenziale di ogni mezzo pubblico, catalizzatrice del 50% degli sguardi della popolazione maschile del mezzo (gli altri sono inevitabilmente catalizzati dal polo opposto, la ragazza troppo scollata), svia l'attenzione dal puzzo d'ascella e rende sopportabile un viaggio di 35 minuti per attraversare 5 interminabili chilometri d'asfalto.
L'altro giorno salgo sul tram e scorgo, inevitabilmente, la sua ragazza in minigonna: abbigliata da ragazza alternativa, fa comparire da una gonnellina psichedelica due lunghe gambe bianche, sulle quali gravana già gli sguardi di un gruppetto di pensionati di ritorno dal mercato.
L'altro giorno pioveva, quindi il Giuliano Ferrara in arancione era disumanamente pieno, e faticavo a fare in modo che i miei sensi si concentrassero sulle sue gambe e non sul terribile tanfo d'ascella che mi schiaffeggiava. La ragazza in minigonna non è sola ma è accompagnata da quello che si presume essere il suo fidanzato, e che evidenzia come per le ragazze alternative l'igiene personale non sia un requisito fondamentale nella scelta di un partner. Ovviamente nessuno si cura dello sbandato di fianco a lei, ma tutti si curano delle sue gambe, storte peraltro.
Non c'è niente da fare, troppa gente, troppa puzza, troppo caldo, non riesco a concentrarmi sulle bianche gambe cromosomiche che spuntano dalla gonnellina, e mi ritrovo quindi a vagolare con i pensieri e con lo sguardo per il mezzo: finchè non vedo un signore con baffoni e colbacco che guarda fuori dal finestrino, seduto.
Ecco, lo guardo e capisco che quello è un vero comunista, ha pure una spilletta con falce e martello attaccata alla giacca. Lui guarda fuori come se niente di questo tram lo disturbasse, e io lo ammiro con tutta la forza, lo ammiro perchè ha il coraggio di guardare altrove, fuori da questo puzzolente e rumoroso tram torinese, e leggo nel suo sguardo che vede oltre, pensa già a quando sarà sceso, al vento fresco sulla faccia e al profumo di un buon caffè al bar.
Poi arriva la fermata, Giuliano Ferrara dimostra poco appetito ma una poderosa digestione, così che il tram si svuota, respiro, non c'è quasi più puzza, e al centro del mezzo trovo anche un posto a sedere. Guardo l'uomo col colbacco, ma il mio sguardo è catturato dalle gambe della ragazza in minigonna: bianche e storte, ma pur sempre gambe. Nonostante tutto il tram sembra un posto migliore e non ho più così tanta voglia di scendere.
L'altro giorno ho capito perchè ha perso il comunismo.

giovedì 7 aprile 2011

Getto la spugna.

Lascio l'amore vero a quelli più belli di me.
A quelli a cui brillano gli occhi ogni volta che la guardano.
A quelli che le corrono incontro alla stazione e non sono sudati.
A quelli che trovano il ristorante giusto col cibo giusto.
A quelli che la guardano bevendo un bicchiere di vino.
A quelli che il primo bacio non lo scordano mai.
A quelli che non puzzano nemmeno dopo una maratona.
A quelli che non dimenticano le date.
A quelli che ogni giorno con te è un giorno speciale.
A quelli che hanno passione da vendere.
A quelli che hanno sempre una frase giusta.
A quelli che vanno alle terme.
A quelli che "verrei allo stadio ma oggi è il mio anniversario".
A quelli che non sbavano mai.
A quelli che vanno in vacanza per farsi delle foto assieme.
A quelli che se non la vedono per due giorni si sentono male.

A me, invece, restano le briciole, le dimenticanze, resta il caldo e l'ingombrante presenza del mio ego. Così ci si deve accontentare, bene o male, di baci strappati di forza, come se ogni volta Alice dovesse attraversare lo specchio per rubarmi un po' d'amore, del mio corpo eccessivamente accaldato, dei miei addominali pigri, del mio naso ingombrante, delle mentine per l'alito. Ci si deve accontentare della meccanicità di ogni gesto, del rendersi conto dell'incredibile estraneità di ogni altro essere umano e della propria immensa ed inconsolabile solitudine.
Ecco, per quelli come me, che non sono "belli", l'amore non è altro che il ribadirsi ossessivo della propria finitezza e della propria incompletezza: della straziante solitudine della mela nata monca, e che cerca e cerca non troverà mai la sua metà. E qui sta il segreto, appoggiarsi l'uno all'altro, sfiorarsi quel tanto da stare in equilibrio, che marcire si marcisce tutti, ma a farlo da soli si marcisce prima.

lunedì 4 aprile 2011

Emigrato

Sono le 8.37 del mattino. Sono appena sbarcato e tocco terra dopo un numero interminabile di ore abbandonato sul mare. Ho addosso i quattro stracci con cui sono partito, la barba da fare e puzzo in maniera indescrivibile. Tengo stretta in mano una valigia legata con della spago, dentro ho un po' di biancheria, mentre i pochi soldi mia madre me li ho messi nella tasca segreta che mia madre mi ha cucito nei pantaloni. So l'ora perché un ragazzone ci sta registrando uno ad uno, e di fianco ad ogni nome mette la nazionalità e l'ora di registrazione.