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lunedì 4 aprile 2011

Emigrato

Sono le 8.37 del mattino. Sono appena sbarcato e tocco terra dopo un numero interminabile di ore abbandonato sul mare. Ho addosso i quattro stracci con cui sono partito, la barba da fare e puzzo in maniera indescrivibile. Tengo stretta in mano una valigia legata con della spago, dentro ho un po' di biancheria, mentre i pochi soldi mia madre me li ho messi nella tasca segreta che mia madre mi ha cucito nei pantaloni. So l'ora perché un ragazzone ci sta registrando uno ad uno, e di fianco ad ogni nome mette la nazionalità e l'ora di registrazione.
Mia madre piangeva quando sono partito, e avrei voluto piangere anch'io, stringerla e sciogliermi nel suo abbraccio, come quando avevo paura dei ragazzini più grandi che facevano i prepotenti, sentirla dire che tutto sarebbe andato bene, perché ero a casa e perché c'era la mia mamma. Invece ho mostrato sicurezza, con lo sguardo da uomo adulto, o quantomeno il meglio che potessero offrire i miei vent'anni, l'ho baciata e le ho detto che me la sarei cavata, che la voglia di lavorare non m'è mai mancata e che là si sta bene e che poi ci sono i nostri cugini che possono darmi una mano.
In coda attendo pazientemente il mio turno, l'inizio della mia nuova vita, una vita difficile ma libera, verso un futuro migliore, verso figli a cui dovrò insegnare delle origini di loro padre, e magari più avanti un viaggio per indicare loro la casa dove sono nato e cresciuto.
Ci sono brutte facce intorno a me, e nella stiva durante il viaggio ne ho visti diversi maneggiare coltellini, ma non me ne preoccupo, qui la polizia protegge i giusti, mentre da noi bastona e uccide, sempre dalla parte dei potenti.
Mi hanno appena schedato e sono finalmente un uomo nuovo, l'uomo nuovo per cui la mia famiglia ha speso ogni singolo risparmio, l'uomo nuovo per cui mio padre ha venduto l'orologio che gli aveva regalato il nonno, l'uomo nuovo che un giorno tornerà sotto la sua vecchia casa vestito elegante e porterà a cena papà mamma e le sue sorelle nel ristorante più costoso della città.
In lontananza vedo i miei compagni di viaggio caricati su cammionette, sia quelli coi coltelli che quelli senza. Intorno mi urlano frasi in una lingua sconosciuta e che a sentirla mi fa un po' male. Sono un uomo nuovo, ma sono anche un uomo terrorizzato. Un passo dietro l'altro e supero la zona di attracco.
Sono le 8.42 del 29 agosto 1923, e io Taddeo Deprari tocco finalmente il suolo americano.

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