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lunedì 16 maggio 2011

Binario.

Sulla banchina della nuovissima stazione di Porta Susa ci sono due ombre nere. La prima di nome fa Mario, la seconda Carlotta. Mario a Carlotta non si conoscono, e aspettando il treno si guardano i piedi: lui immobile, con immancabile sigaretta spenta tra le labbra, lei cerca in qualche modo di reggere sulla spalla magra e ossuta una borsa davvero troppo pesante.
Di tanto in tanto gli sguardi si incrociano, paiono annusarsi i due, come cani, e nonostante sia notte fonda, faccia davvero troppo caldo e il treno sembri non arrivare più nessuno dei due trova la forza di abbozzare un discorso, per ingannare l'attesa.
Mario, dicono i suoi amici, è tale quale a Sean Penn, stessa bellezza ruvida, fatta di un corpo magro e minuto e una faccia che pare aver visto tutto nella vita. Carlotta è stanca, un po' troppo alta e si taglia i capelli castani corti perché al suo ex piaceva tanto quando li teneva lunghi; ha due occhi scuri scuri nei quali ci si perde, di quelli che in un romanzo d'appendice farebbero innamorare anche il più probo tra gli uomini.
La decadenza dei tabelloni spenti e delle macchie sul pavimento della stazione sotterranea fa sentire Mario in Unione Sovietica, un piccolo pezzo di Vladivostok trapiantato nel cuore di Torino; Carlotta invece non riesce a pensare ad altro che all'esame al quale è stata appena bocciata e alle viscide parole del professore che la invitavano per un caffè, chiaro preambolo a quella che sarebbe stata la sua seconda prova d'esame, così lei era scappata di corsa fuori dall'ufficio, poi in strada e poi ancora, come in trance, a girovagare per le strade di Torino, per poi accorgersi dell'ora e inevitabilmente ritrovarsi in questa stazione. Una lacrima le solca il viso.
Mario vedendo la lacrima si decide a rompere quel silenzio irreale.
-Pare di essere a Vladivostok, o qualche altra città Russa.-
Dall'altra silenzio per secondi che parevano, ora più che prima interminabili. Come se il silenzio sentendosi violavo avesse deciso di ferire a morte l'animo di Mario. Poi, finalmente, una risposta.
-Ho il cuore spezzato.-
-Sai, ci sono stato in Russia, ero un comunista e volevo vedere come si viveva là, ma non ho trovato altro che regime, altro che borghesia, altro che soprusi sui più deboli.-
-Le mani, gli occhi, era come se mi vedesse già nell'ipotetico dopo-caffè, come se fosse già successo.-
-Poi sono tornato in Italia, anche se nessuno mi stava aspettando, e ho provato a raccontarlo a tutti che la Russia non era come ce la pensavamo, che Stalin non è stato un “padre buono”, ma i comunisti non volevano credermi e gli altri non volevano certo che si dicesse che là ci fosse una dittatura, che non fosse comunismo cattivo.-
-Poteva essere mio padre. Non sono stata la prima e non sarò l'ultima.-
-Poi ho capito che la mia sconfitta era quella di tutta la mia generazione, di noi che abbiamo creduto che il comunismo fosse come un paio d'ali che potevano farci volare, e invece era solo un'illusione, come le altre.-
Anche le guance di Mario ora sono bagnate di lacrime.
-La cosa terribile è che ho pensato, per un momento, di prenderlo davvero quel caffè.-
-Le ultime elezioni, in cabina, per un attimo ho pensato di votare a destra.-
Carlotta non aveva bisogno di Mario, Mario non aveva bisogno di Carlotta.
Arriva il treno, fischiando in mezzo ad una nuvola di vapore, i due salgono su vagoni separati. C'è il carrello con le bibite e il caffè caldo e domani, come sempre, è un altro giorno.

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