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venerdì 20 maggio 2011

Caso.

Alessandro è appena tornato da Baghdad. Ha sparato a quindici persone, due in piena faccia. Gli è piaciuto un sacco.
Lo ha raccontato anche alla mamma nelle lettere che le ha scritto e su Facebook lo ha scritto nella chat a Marta, che così gli ha detto ci vediamo poi quando sei a casa per prenderci un caffè. Quelle come Marta prima di Baghdad manco gli parlavano.
Le quindici persone non avevano un nome, ma solo un insieme di suoni glutturali, tipo suo nonno quando stava per scatarrare per terra sulla strada davanti a casa. L'aveva sempre detto suo nonno che l'esercito era una buona cosa, che il fucile ti da una mano, che sti arabi bisognava farli stare a casa loro. Che uomo il nonno, era stato repubblichino, poi democristiano ed era poi diventato sostenitore di AN, ma non per quel rottinculo di Fini, ma per uomini come La Russa che a quegli stronzi comunisti ne cantavano quattro in televisione.
Non vede l'ora di essere a casa: salutare la mamma, sistemarsi in camera e dormire un oretta, poi scrivere a Marta e via per un caffè, che poi tutto il resto che veniva era buono. L'idea era di non tornare in missione ma di restarsene un po' qui. Che tanto di negri arabi e cose varie ce n'erano a volonta anche da noi. Se lo ricordava ancora quand'era bambino i primi marocchini, pochi, coi fazzoletti. Ora sono ovunque, pare di stare in Africa. Stranieri a casa propria. Era la frase giusta, che descriveva perfettamente la situazione. Lui avrebbe risolto facilmente il roblema: tutti a casa propria e nessuno che rompa le balle.
Nella macchina fa un caldo afoso e Alessandro cerca in tutti i modi di far partire l'aria condizionata. Si piega più vicino per capire cosa non va.
Dall'altra parte un camion vede la Punto invadere la corsia e inevitabilmente piantarglisi dentro some un enorme moscerino.
La sera Marta accende il telegiornale: E' morto uno dei nostri eroi.
Peccato solo che l'autista del camion non fosse marocchino.

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