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mercoledì 4 maggio 2011

Deturpato.

Che poi ci hai provato ad inseguirmi mentre correvo sul mio motorino. Bruciando benzene. Ma i tuoi capelli verdi come la benzina che sporca le strade e accende fuochi nelle periferie. Di notte.
E le siringhe piene di veleno con le quali cercavi passaggi verso gli ospedali, finendo invece a gridare in piena notte il tuo odio e la tua cazzo d'infelicità ai palazzoni di Barriera Milano, mentre le luci delle finestre ti sembravano psichedeliche, lampeggianti, tra fiumi d'urina e miasmi di scopate nei letti di quelli che la mattina si mettono la divisa e vanno a guidare i tram.
Quindi è arrivato il momento, pensavo, mentre ti accompagnavo lungo la Dora a comprare altro veleno e a cercare nel tuo di veleno la mia poca felicità. E non è servita a niente la mia bicicletta mimetica, che la luce dei semafori faceva adesso nera adesso arancione, perché le pozzanghere erano così alte che io finivo per affogarci, e tu mi trascinavi tra i binari morti per farmi conquistare a fatica la prima fermata della metropolitana, dove negli angoli bui concepire figli e dosi che non avremo mai.
Ricorderò di te l'acne giovanile, le tue impronte digitali sui proiettili, che lanciavi con le mani addosso a divise e caschi, che alla fine ci hanno fregati, e non ci restano altro che le bombe atomiche e le scie chimiche, e castelli di cartone e stagnola da far crollare stremati e tremanti, al ritorno dal SerT, mentre corriamo a cercare posti sulle barricate, o sui tetti dei garage, per il prossimo concerto di Vasco.

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