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venerdì 17 giugno 2011

Ragazze Reflex.

Le ragazze con la Reflex camminano per le strade di tutte le città. Indossano occhiali che portava mia mamma negli anni ottanta, troppo grandi per le loro facce magre. Sono alla disperata ricerca di superfici lucide e riflettenti, dalle quali ricavare dopo fatidico click un'immagine di loro stesse nel momento in cui si adoperano nell'atto che le autodefinisce: fotografano loro stesse fotografanti.
Poi alla ricerca della posa giusta, starnazzanti con contorno di amiche, si avventurano per parchi disadorni di alberi, dei quali immancabile è la foto del ciuffo d'erba, con messa a fuoco in primo piano e sfocatura dello sfondo, così che anche il più triste dei paesi del triste Canavese possa sembrare New York, o quantomeno Londra.
Traggono poi nettare vitale da centri commerciali, in cui esibirsi in pose da fessissima rivista patinata, tutte prese a cercare l'angolo giusto che ne metta in evidenza il seno o ne nasconda un fianco; le si ritrova così abbracciate a manichini o rampicanti su specchi, le altre s'intende, perché lei di dietro l'obiettivo, rigorosamente in bianco e nero (sinonimo d'alta fotografia), tutta presa a dar direttive e smanettare tra pulsanti rotelle e altre regolazioni coglie istanti di vita futilissima, istanti sbiaditi e sfocati.
E poi rincasano con le schiene ossute e chine sotto il peso dell'ingombrante macchina, ma soddisfatte, perché tra poco potranno compiacersi della pubblica ribalta delle loro fatiche, e tra il giubilo degli amici già studieranno nuove pose, magari con principi azzurri, pardon, bianchi e neri, o i più arditi seppiati, che fotograferanno assorti nei pensieri o, taluni, in fase di sbaciucchiamento dell'io fotografante.

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