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sabato 16 luglio 2011

Lotta armata.

A testa bassa, sprofondata in se stessa, se ne sta rannicchiata in posizione fetale sui rigidi seggiolini del 16. Nelle orecchie, anzi, sulle orecchie, due cuffie eccessivamente grandi le sparano nel cervello musica ad alto volume.
Sono le sette di sera, ma Torino è estate ed è ancora giorno e fa ancora decisamente troppo caldo per tornare "nell'ampio loft semiarredato", ovvero il sottotetto che ogni mese le porta via un buon cinquanta per cento del misero stipendio da labraia.
Piazza Vittorio offre sempre una valida alternativa al caldo soffocante e alla solitudine: nei portici in penombra gli aperitivi annacquati e un po' ovunque giovani che ridono e parlano e saltano e ridono ancora. L'alternativa per lei è sedersi in un angolo, osservare quella gioventù e scrivere. Tonnellate di carta e litri d'inchiostro.
Storie piccole e banali, storie inutili, che lei eleva a grande racconto corale di vita piccolo borghese: inventa per ognuno una storia, un piccolo diamante da incastonare nella corona del racconto.
Un racconto di vita e di morte, di figli di papà e dei loro superalcolici.
Poi a casa incolonna ordinatamente tutti i fogli in un armadio. Prima li impilava per terra, poi il suo gatto un giorno li aveva rovesciati e lei aveva perso intere giornate a riordinarli tutti. Non aveva ancora avuto il coraggio di rileggerli, mai. Lo avrebbe fatto, lo sentiva, sarebbe arrivato il momento giusto.
Ora però è seduta sul 16 e nonostante il caldo se ne sta rannicchiata con la musica nelle orecchie.
Nel tram semi deserto, cinque seggiolini avanti,  un ragazzo ha gli occhi piantati in un libro. Legge avidamente come se da ciò dipendesse la sua intera esistenza: sfoglia furiosamente le pagine e nervosamente si mangia le unghie. "Ho visto la ragazza più bella del mondo". E il tamburo del libro tambureggia nelle sue orecchie.
Nello zaino ai suoi piedi una copia consumata di Moby Dick tiene compagnia a quella che La Stampa definirà un "ordigno artigianale". Lui in piazza Vittorio non ci va a bere cocktail annacquati e la penna l'ha posata l'ultimo anno di scuola. Lui in piazza Vittorio va a fare una strage.
Se li ricorda a ridere di lui, la sua ragazza lo trascinava tra di loro, tra quelli che lei chiamava amici. E loro ridevano, delle sue bestemmie biascicate tra i denti, dei pantaloni fuori moda, dei suoi libri sgualciti, come i suoi vestiti. E i suoi capelli disordinati. Poi le se n'era andata con uno di loro. Li aveva odiati. L'aveva odiata.
Di scatto si alza e si avvicina alla bella ragazza dalle grandi cuffie.
-Scendi da sto cazzo di tram.
Nulla, la musica copre le parole e il suo sguardo è perso. Le tocca una spalla. Due occhi profondissimi gli si piantano, scavandogli dentro.
-Scendi da sto cazzo di tram.
Silenzio. Lei boccheggia, non capisce. Paura.
-Non chiedere niente, scendi dal tram e basta.
Lei sia alza, forse un po' troppo alta per essere bella, forse un po' troppo curva per essere perfetta.
-Sei bellissima. Un giorno ero là con quegli stronzi e tu scrivevi e scrivevi. Ho pensato già allora che la tua bellezza era quello che bisogna salvare. Sto salvando te, sto salvando la bellezza del mondo. Scendi dal tram.
Non c'era niente da rispondere, lei scende e lui la saluta con la mano, come un bambino al primo giorno di scuola, come un eroe appena salpato con la sua nave, reggendosi al palo per non cadere, come Ahab. Ma lui avrebbe ucciso Moby Dick, avrebbe ucciso.
Il resto è storia, un tram esplode in una via laterale di una grande piazza affollata, muoiono in due: il bombarolo e un signore si 74 anni che non aveva voluto scendere dal tram.
Lei sente tutto al telegiornale. Ma poi la vita continua, i suoi occhi profondi si piantano su altre facce, anche quella di un ragazzo con la camicia, che la prima sera la porta a "bere qualcosa" in piazza Vittorio. E un certo numero di sere dopo la invita a vivere con lui, così i racconti restano nell'armadio, dimenticati ed ingialliti dall'umidità, come la foto di un ragazzo che a 25 anni aveva provato a cambiare il mondo.

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