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mercoledì 24 agosto 2011

"Il pugnale" di Jorge Luis Borges.

In un cassetto c'è un pugnale.

Fu temprato a Toledo, sul finire del secolo scorso; Luis Meliàn Lafinur lo diede a mio padre, che lo portò dall'Uruguay; Evaristo Carriego l'ebbe qualche volta in mano.

Quanti lo vedono, non possono fare a meno di giocherellarci un po'; si intuisce che andavano cercandolo da tempo; la mano s'affretta a stringere l'impugnatura che l'attende; la lama obbediente e poderosa scivola nel fodero con precisione.

Ben altro vuole il pugnale.

E' più di un semplice oggetto di metallo; gli uomini lo pensarono e lo forgiarono a un fine ben preciso; è, in qualche modo eterno, il pugnale che ieri notte ha ucciso un uomo a Tacuarembò, e i pugnali che uccisero Cesare. Vuole uccidere, vuole colpire inaspettato, vuole spargere sangue ancora palpitante.

In un cassetto della scrivania, fra lettere e scartoffie, interminabilmente sogna, il pugnale, il suo naturale sogno di tigre, e la mano si anima nell'alzarlo perchè il metallo si anima, il metallo che avverte a ogni contatto l'omicida per cui gli uomini lo crearono.

A volte mi fa pena. Tanta durezza, tanta fede, tanta impassibile o innocente superbia, e gli anni passano, inutili.

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