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lunedì 5 settembre 2011

2752.

In ogni storia ci sono i buoni e i cattivi.
In questa i buoni sono tantissimi mentre i cattivi sono pochi.
A 2752 buoni la vita è stata interrotta da un momento all'altro: prima sei una signora di mezz'età nel suo ufficio, o un giovane rampante che sogna di fare carriera o un vecchio vigile del fuoco con la pelle bruciacchiata per troppi anni a rincorrere incendi, dopo sei solamente un numero, uno di quelli con la foto sul giornale, uno che ha lasciato familiari, amici e nemici.
I cattivi sono pochi, e sono quelli che hanno deciso che quei buoni dovessero pagare con la vita gli errori di un'intere civiltà, che quei 2752 sarebbero stati l'esempio, e che la civiltà occidentale terrorizzata avrebbe accettato ogni richiesta di un movimento reazionario.
Qui sta il mio problema, questo è uno scontro tra reazionari cattivi e reazionari un po' meno cattivi.
I rivoluzionari dei miei sogni sono giovani ragazzi senza paura di niente, che liberano paesi oppressi per regalare ai più poveri un futuro migliore: sono dei sognatori, poeti dell'esistenza, che armati di fucile scrivono una Storia nuova.
Quelli saliti sugli aerei sapevano che avrebbero ucciso innocenti, in nome dell'odio, mentre l'amore per la vita e la libertà dovrebbe spingere ogni movimento rivoluzionario.
Ecco, quello che resta, dopo dieci anni, dell'undici settembre sono 2752 vite spezzate, e la consapevolezza che il mondo è chiuso, stritolato da due visioni vecchie e distorte del mondo, che si combattono con la forza dell'odio, con scuse sempre diverse ma che puzzano di stantio e di vecchiume, come i signori ben vestiti coi capelli bianchi che ce le raccontano.
Rimane una polvere che non va più via e che ci ha coperti tutti, una polvere fatta di contenitori speciali per i liquidi in aeroporto, di Ground Zero, di zaini che verranno fatti esplodere se abbandonati all'interno della stazione, di metal detector per salire sulla Tour Eiffel, di ogni magrebino guardato con il timore che possa farsi esplodere da un momento all'altro. Una polvere fatta dai pezzi di due grattacieli caduti e fatta dalla pelle e dal cuore e dai polmoni di quelli che dentro ci sono morti.
E tirando le somme, non ha proprio vinto nessuno: noi continuiamo a crogiolarci nel nostro sogno capitalistico, nell'idea che un grattacielo più alto sia il fine ultimo della nostra civiltà, mentre loro, "gli altri" ci guardano con odio, perché invidiano il nostro nuovo telefonino e perché loro dai quattro soldi che ogni tanto ci fanno piovere sulla testa per farci stare più buoni, rimangono sempre tagliati fuori.
E in questa desolazione post-capitalistica e post-idealista restano due buchi, due orrende cicatrici nel cuore dell'animo consumistico occidentale, incolmabili ed insanabili, orrori che deturperanno per sempre la bella faccia della nostra civiltà.

Per dovere di cronaca aggiungo alcuni dettagli: nonostante l'andamento ciondolante non ho scritto di getto (ahimè!), dunque ogni retorica è voluta, come si addice allo stupido che vuol fingersi intelligente.

Allego a chi davvero desiderasse il proprio male quello che pensavo dell'undici settembre lo scorso anno, così magari qualcuno riesce a dirmi se ho cambiato idea, perché da solo proprio non lo capisco.


9.11
Nove anni fa.

Sono passati nove anni ed è cambiato tutto. Non è cambiato niente,

Continuiamo a darci addosso, come cani. Continuiamo ad ammazzare e continuiamo ad essere ammazzati. Era la nostra possibilità, il momento di fermarci e pensare alla follia di tutto questo. Ma è passato il momento, sono passati nove anni di momenti. Quanti momenti ci sono in nove anni? Abbastanza per formare la vita di un bambino americano che ha perso la madre che lavorava in un ufficio del World Trade Center. Abbastanza per formare la vita di un bambino afghano che ha perso la gamba mettendo un piede su una mina. Abbastanza per farmi capire che niente ci farà cambiare: abbiamo e avremo sempre bisogno di un "altro" da odiare, per poterlo accusare dei nostri problemi, per rubargli il posto, perchè siamo i più forti.

Nove anni di guerra, per pulire sangue con altro sangue, per poi contare i morti per vedere che ha vinto. 

Ne parleremo coi nostri figli, lo racconteremo ai nostri nipoti, ci sarà un bella pagina su tutti i libri di storia, una pagina da girare verso altri morti, altri cattivi ed altri buoni. Ed altro sangue sparso per il mondo, altri motivi e altri ideali spingeranno altri uomini a morire. E morire ancora.

Ma io non ho paura. Nè dei terroristi nè degli eserciti.
La vinciamo così la nostra guerra: non avere paura.