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sabato 22 ottobre 2011

I cani.

I milanesi quando vanno a fare compere hanno sempre un cane al guinzaglio. Sempre. Alcuni, sprovvisti di cane alla partenza lo chiedono in prestito al vicino di pianerottolo, altri lo raccolgono direttamente dal ciglio dell'autostrada (grazie alla buona creanza del milanese precedente, che ha lasciato il suo sul ciglio della stessa di ritorno dallo shopping: si sa che i milanesi sono generosi).
Il cane è un catalizzatore d'attenzioni, una calamita di sorrisi e una punta da ghiaccio pronta a scalfire il gelo di ogni conversazione.
Più il padrone è eccentrico tanto più deve esserlo il cane: si dice che uno stilista milanese portasse a spasso un pastore tedesco, tale Hubert Fritzbaker, che aveva trovato durante un suo viaggio a Francoforte alla fermata del bus mentre rientrava dopo aver iscritto il suo primogenito all'anagrafe.
I milanesi quando fanno shopping non cercano abiti, ma solo di intravedere la loro splendida, milanesissima, figura riflessa negli specchi dei negozi (boutique, figa). A volte, solo per segno di cortesia nei confronti del commesso, provano un abito, ma distrattamente, troppo concentrati a tenere al guinzaglio il loro cane e a guardare con sguardo languido le gambe della cassiera.
Giunti alla cassa pagano sempre con lo stesso cento euro (centone, figa) ma poi alla fine demordono e lasciano l'abito alla cassa. Una cassiera un giorno riuscì a strappare la banconota dalle mani del milanese, scoprendo che la stessa era un centomila lire di inizio '900, tramandato per generazioni da milanese padre a milanese figlio.
Poi, finito di non spendere i soldi che straboccano dalle loro tasche, vanno al bar a ordinare cappuccini (cappuccio, figa) complicatissimi, con almeno tredici ingredienti da mischiare a diverse temperature, cappuccini così complicati che alcuni milanesi hanno bisogno degli appunti per ordinarli. Ottenuta la bevanda tanto attesa la zuccherano e poi lentamente la mischiano con il cucchiaino, preparandosi al grande momento dell'assaggio: tutti gli occhi su di loro, il milanese che assaggia il cappuccino, anche il cane, anche Hubert, tutti con gli occhi a fissarli. La schiuma macchia i baffi e il liquido arriva alla bocca. Una smorfia. E' cattivo. La tazza coccia contro il piattino e il milanese si alza affranto dalla sedia, uscendo con lo sguardo di chi ha subito il peggior sgarbo della vita. Senza pagare, s'intende. Il milanese non ha mai assaggiato un buon cappuccino, e allo stesso modo non ne ha mai pagato nessuno.
Poi il tempo libero è giunto al termine, il milanese torna alla sua macchina, enorme, parcheggiata in doppia fila con una ruota in un posto disabili il muso in divieto di sosta e la portiera dietro ad ostruire il casello dell'autostrada. Quando sale sulla macchina sbatte la portiera su quella di fianco, tipicamente una macchina per niente milanese, come una Punto, lasciando un segno sulla portiera: come un novello Zorro.
Parte sgasando e tagliando la strada a tre macchine, investendo due ciclisti e speronando una vecchietta sulla sedia a rotelle.
Alla fine della strada il cartello Milano è coperto dalla nebbia. Si torna a casa.

martedì 18 ottobre 2011

Ordine e sicurezza.

Giusto per fare ordine e chiarezza metto tutto nero su bianco.
Bisogna arrestare e condannare chiunque metta a ferro e fuoco una città. Bisogna isolare quella manica di criminali che saltellano da una manifestazione all'altra col solo scopo di distruggere e dare sfogo alle proprie passioni criminali.
Però. C'è un però.
Però bisogna condannare anche chi non ha gestito la situazione, chi nonostante i proclami ha ignorato il pericolo.
Però bisogna condannare i "giornalisti" che hanno girato la telecamera o la macchina fotografica, perché fa più notizia un'auto in fiamme che un manifestazione pacifica.
Però bisogna ribadire con forza che tutti hanno il diritto di ODIARE!
Il grande inganno sta in questo, ci vogliono far credere che odiare sia sbagliato, vogliono condannare chi odia, vogliono mettere un freno al nostro odio.
Ho il diritto di odiare una classe dirigente vecchia, corrotta e traffichina.
Ho il diritto di odiare un nano maniaco sessuale che per scampare al carcere occupa una delle più alte cariche dello Stato.
Ho il diritto di odiare uno schifoso fascista ignorante che fa il ministro.
Ho il diritto di odiare una manica di idioti vestiti di verde che rivendicano i diritti di una popolazione inesistente.
Ho il diritto di odiare chi ruba la vita di tanti giovani che non trovano lavoro.
Ho il diritto di odiare i dirigenti ridicoli della nostra pseudosinistra.
Ho il diritto di odiare anche per i motivi più stupidi: non posso violare la legge, ma posso odiare tanto e quanto voglio.
Bisogna diffidare di chiunque cerchi di negarci questo diritto fondamentale.

ODIO ODIO ODIO!

Augh.

domenica 2 ottobre 2011

La teatralità della ciambella imburrata.

Doveva esordire con "Ciao sono Luca" e non perdersi come al solito e balbettare qualche sillaba sconnessa. Lei dal canto suo poteva evitare che lo stacco di coscia fosse così vertiginoso da far cadere la mandibola a metà del locale.
Io, in disparte annotavo l'ennesima sconfitta in partenza di lui e che avrei dovuto chiedere il numero a quella sventola in minigonna nera. Daniele nel frattempo puliva con lo straccio il bancone, con gesto meccanico, abituale e poi di corsa a preparare un caffè per Francesca che aspetta un bambino ma non ne vuole sapere di smetterla con quella sozzeria nera che la fa incazzare e poi non la fa dormire, e così lui deve sorbirsela tutta la notte.
Questo era esattamente tre anni fa, ora la sventola in minigonna ha assunto le sembianze di Sonia, ragazza di Mattia, che è uno che quella sera non c'era, perché non è sempre come nei film che nella prima scena ci sono tutti i protagonisti così poi uno se se li dimentica basta che corre a capitolo uno e li ritrova tutti. Comunque Mattia è uno che di lavoro fa il calciatore, quindi ora è al bar perché ha appena perso la partita (e ha pure giocato di merda) e vuole bere un po', e soprattutto vuole far vedere a tutti che sta con la sventola che tre anni fa faceva girare la testa a tutti, che poi è stata con Luca, anche se lui la prima sera aveva balbettato solo qualche parola, ma che poi l'ha mollato per mettersi con lui che si può permettere di pagarle la vacanza in Sicilia dove piace a lei e che le ha regalato l'anello di fidanzamento con un diamante così grosso che quasi le casca il dito.
Io, sempre in disparte, osservo il piccolo Jason (che cazzo di nome per un bambino) che fa i capricci perché la mamma è indaffarata dietro al bancone e non può farlo giocare, mentre il papà è sempre al solito posto, a intasare caffè e a pulire il bancone, che se l'avessimo misurato tre anni ora potremmo vedere che ne ha consumati almeno due centimetri. Me ne sto in disparte per due motivi, il primo è che mi piace guardare le persone e le loro vite, ecco, mi piace guardare la gente che vive la vita, mentre io giorno per giorno a guardare gli altri butto la mia; e poi perché mica li conosco questi qui, io però mi piazzo lì e li osservo, e ora so più cose sulla loro vita che quante ne sappiano loro.
Per esempio so che Daniele a Sonia le strapperebbe di dosso gonna mutande e tutto, ma ha sempre il cane da guardia dietro, come un'ombra che incute timore e rispetto dell'impegno coniugale, e così strozza sul nascere il peccaminoso desiderio. Francesca, invece, anche se con Daniele fa la gelosa ha avuto una mezza cosa con Mattia, il calciatore, che però poi non se n'è concluso niente, perché lei alla fine a Daniele gli vuole bene e allora resta là dietro il bancone a guardarlo passare lo straccio e a sperare che anche questo mese si riescano a mettere assieme i quattro soldi per l'affitto.
Poi alle undici se ne vanno tutti, che il bar chiude, io così me ne ritorno triste e solo a casa mia. Poso la giacca e slaccio il nodo alla cravatta. Penso a cosa faranno quelli che la vita la vivono invece che subirla. Penso a Mattia che nonostante la sconfitta si starà sbattendo il sogno di tutti, penso a Luca che sembra veramente depresso in questo periodo, ma che tutti dicono che si sbatte la ragazza di un altro, e che se questo lo viene a sapere lo riempie di botte. Poi penso a cosa si potrebbe raccontare della mia di vita. Niente. E allora torno alle vite degli altri, schiaccio il bottone rosso del mio registratore e comincio a registrare tutto quello che ho visto in giornata.
Domani è domenica, il bar è chiuso e così lo sono io. Resterò in casa a pensare a loro. A pensare alla loro vita, perché vivere la mia costa davvero troppa fatica.