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martedì 27 dicembre 2011

Quando si muore.

Si muore un giorno alla volta, semplicemente smettendo di vivere. Non accade mai tutto d'un colpo, non è mai solo la questione di un secondo. Sono morto svariate volte: ogin volta che ho smesso di stupirmi del mondo come farebbe un bambino e ho cominciato a guardarlo come farebbe un adulto, senza magia, senza fantasia.
Sono morto quando ho smesso di aspettare sotto le coperte un tuo ultimo messaggio.
Sono morto quando ho smesso di guardare ammirato il campanile di Valperga.
Sono morto quando ho scoperto che non esiste Babbo Natale.
Sono morto quando ho capito che il Toro non vincerà mai più lo scudetto.
Sono morto quando sono diventato il Dott. Perardi.
Sono morto soffocato da una cravatta.
Sono morto quando ho capito che il comunismo è un'idea meravigliosa, ma irrealizzabile.
Sono morto quando ho smesso di salire in punta alla metro per vederla viaggiare senza autista.
Sono morto quando ho smesso di correre per attraversare il cortile al buio.
Sono morto al primo prelievo al Bancomat.
Sono morto quando Torino ha smesso di farmi paura.
Sono morto ad ogni capello bianco.

Eppure mi arrangio bene, trovando il mio spazio da bambino in piccole cose: nei libri letti nel caldo del mio letto o nel rumore della metropolitana, in una cena tra amici, nel mio fidarmi troppo delle persone, nel mio repertorio di battute già sentite e di sconcerie.
Lascio a che è più grande e più forte di me l'aria da adulto: io per ora resto bambino, magari infantile, ma molto, molto più vivo.

domenica 11 dicembre 2011

Il bello.

Pettinati i diciotto capelli con una dose di gel sufficiente ad aggiustare la capigliatura di mezzo Canavese, l'uomo da rimorchio salta sulla sua panda-mille-e-cento-fair: otto minuti e sarà davanti a casa del suo inseparabile compagno: la spalla.
La spalla indossa una camicia di un improponibile rosso e pantaloni neri a vita così alta da sembrare ancorati ai capezzoli; emette profumo Dolce&Gabbana ad ogni movimento e sfoggia una capigliatura da febbre del sabato sera. Con lui il terzo personaggio, immancabile per un buon rimorchio: il brutto. Questo ha l'unica funzione di ricordare alla donne della zona che il mondo offre uomini certo peggiori dell'uomo da rimorchio e della sua spalla. Il brutto ha, in ordine sparso, occhiali, brufoli, strabismo, alito pesante, logorrea, capelli grassi, sei dita nella mano destra, un tic nervoso che lo porta a scaccolarsi ogni cinque secondi ed è, soprattutto, sprovvisto d'autostima, fatto che lo porta a venerare i due altri esemplari come fossero divinità.
In una nube di profumo D&G la Panda sfreccia, anzi caracolla, verso il Locale. Questo non è tanto un locale in muratura dove vengono serviti alcolici, ma un luogo dell'anima, un'entità metafisica in cui anime solitarie si incontrano, un Altro dove l'idee platonica di bellezza è bandita, o quantomeno stordita da quantità eccessive di superalcolici.
Nel Locale ad un tavolo siedono quattro donne, sul tavolo stesso appoggiano i generosi seni di una delle quattro avventrici. All'afrore di D&G gli sguardi delle quattro non-più-giovanissime signore vengono attratti dai tre gonzi che trionfanti incedono verso un tavolo in zona non fumatori.
Il rituale d'amore non è da raccontare, sono sguardi e ammiccamenti e seni sempre più esposti allo sguardo indiscreto e peccaminoso dell'uomo da rimorchio, mentre una ma-dai-non-l-avrei-mai-detto cinquantenne civetta con sguardo languido e specchia se stessa nella lucida cintura ascellare della spalla.
Loro, in fin dei conti, hanno davvero capito il mondo.