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martedì 27 dicembre 2011

Quando si muore.

Si muore un giorno alla volta, semplicemente smettendo di vivere. Non accade mai tutto d'un colpo, non è mai solo la questione di un secondo. Sono morto svariate volte: ogin volta che ho smesso di stupirmi del mondo come farebbe un bambino e ho cominciato a guardarlo come farebbe un adulto, senza magia, senza fantasia.
Sono morto quando ho smesso di aspettare sotto le coperte un tuo ultimo messaggio.
Sono morto quando ho smesso di guardare ammirato il campanile di Valperga.
Sono morto quando ho scoperto che non esiste Babbo Natale.
Sono morto quando ho capito che il Toro non vincerà mai più lo scudetto.
Sono morto quando sono diventato il Dott. Perardi.
Sono morto soffocato da una cravatta.
Sono morto quando ho capito che il comunismo è un'idea meravigliosa, ma irrealizzabile.
Sono morto quando ho smesso di salire in punta alla metro per vederla viaggiare senza autista.
Sono morto quando ho smesso di correre per attraversare il cortile al buio.
Sono morto al primo prelievo al Bancomat.
Sono morto quando Torino ha smesso di farmi paura.
Sono morto ad ogni capello bianco.

Eppure mi arrangio bene, trovando il mio spazio da bambino in piccole cose: nei libri letti nel caldo del mio letto o nel rumore della metropolitana, in una cena tra amici, nel mio fidarmi troppo delle persone, nel mio repertorio di battute già sentite e di sconcerie.
Lascio a che è più grande e più forte di me l'aria da adulto: io per ora resto bambino, magari infantile, ma molto, molto più vivo.

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