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mercoledì 26 dicembre 2012

Lupo.

Lupo con sguardo torvo si aggira per il quartiere.
La sera della vigilia di Natale e lui non ha davvero un posto dove andare: un padre e una madre non ce li ha più e sua sorella non lo accetterebbe volentieri in casa sua.
Lucrezia ora ha venticinque anni e convive con un bellimbusto con le sopracciglia rifatte e lo sguardo sempre assente: lei dice che pare un filosofo, un pensatore. A Lupo, uomo di sostanza pare semplicemente scemo. I due vivono in un bell'appartamentino in un bel quartierino, si amano ogni giorno e se lo ripetono in continuazione:
-Ti amo Lu-
-Ti amo Lu-
Il destino beffardo ha fatto in modo che pure il nomignolo fosse lo stesso.
Lupo è costantemente disgustato dalla loro totale e reciproca devozione, e segretamente sogna il momento in cui Lu (Luca) troverà Lu (Lucrezia) tra le braccia di un altro. Ma non accadrà mai, a due teste non pensanti, come i due piccioncini che disgraziatamente si ritrova ad avere come parenti, un amore basta e avanza. Non hanno fantasia nelle loro vite: vivono per poter dmostrare agli altri quanto è grande il loro amore.
Lui, cinico e spietato non sarebbe sicuramente ben accetto, e in più non ha alcuna voglia di sorbirsi tutto quel miele.

Le illuminazioni Natalizie illuminano il quartiere a giorno nelle vie principali, ma basta svoltare l'angolo per immergersi nuovamente nella notte.
-Potrei andare a puttane.-
Lupo conta i soldi in tasca: non troppo ma ne uscirebbe un lavoro ben riuscito. Fin da giovane ha sempre apprezzato maggiormente i coiti che prevedessero un pagamento: non ha mai provato amore per una donna e gli sembrava più corretto chiudere il tutto come un'onesta transazione d'affari. Ma ha davvero voglia di mischiare il suo corpo con quello di un'estranea? E' sempre stata per lui una sensazione in parte sgradevole e sente che non è proprio la serata adatta ad un momento del genere, al sentirsi sporco ed in parte imbarazzato, come un bambino beccato dalla mamma a rubare i biscotti appena sfornati.

Affonda la faccia ancora più nella sciarpa: la notte è pervasa da una nebbia spessa che sembra di burro. Le luci dalle finestre sembrano miraggi, di speranza e di vita. Forse con altre scelte anche lui avrebbe avuto una finestra dietro la quale affettare colesterolo ed ingurgitare grassi idrogenati: ma ora è inutile pensarci. Aveva passato intere notti insonni con quel pensiero: -Se solo ...- ma è un pensiero che non porta da nessuna parte. Così come al solito si distrae pensando ad altro: al Toro o alla politica.
O meglio ancora ai libri, che scanna uno dietro l'altro. Robaccia direbbe un esperto. Ma per lui leggere di gialli, intrighi e spionaggio è la vera letteratura. Un mondo non dissimile al suo in cui Lupo possa essere il protagonista e non solo la comparsa.
Il naso affonda fino a sprofondare. Sente il suo odore salire dalla giacca. Pungente, come il freddo che gli avvolge la testa, l'enorme pianura in cui una volta fluenti crescevano i suoi capelli.
Sta per affondare le mani negli enormi tasconi dell'eskimo, ma prima le guarda: sono ancora sporche di sangue. E' la vigilia di Natale e in fondo a Lupo dispiace che una famiglia non potrà festeggiare quel Natale.
Ma forse è meglio così, perché a Natale si finisce sempre per sentirsi soli.

lunedì 10 dicembre 2012

Incazzarsi.

La mia generazione non sa più incazzarsi. Io non so più incazzarmi.
Mi sono rotto il cazzo di manifestazioni in cui si canta e si balla: non è una festa. Ci vuole la bava alla bocca, oppure si stia a casa ad ascoltare i Modena City Ramblers e leggere poesie in francese in una mansarda a 500 euro in nero che paga papà.
Siamo sazi e compiaciuti: ci crogioliamo nel nostro benessere combattendo per i diritti delle donne birmane o per la salvezza delle foche guatemalteche. Giriamo in bici in città ma poi prendiamo sei voli l'anno per girare l'Europa e mettere foto in bianco e nero mentre facciamo un limone duro in una strada che l'effetto giusto di Photoshop renderà un angolo caratteristico di Salcazzoville.
Siamo vegetariani perché ci fanno pena le mucche e le galline e i maiali. Sono bestie: vanno trattate con rispetto e mangiate.
-Ho cenato in un posto che fanno cucina tipica, che buono- Un'insalata di carne cruda non è cucina tipica, ma è da tipico cretino pagarla 30 euro.

Per cosa vi incazzate davvero? Come vi incazzate davvero?
Io scrivo su internet, dal mio computer da 1000 euro, di fianco a me ho la cravatta che metterò domani per andare a lavoro e se sapessi davvero incazzarmi dovrei buttarmi dal balcone.
Invece no, penso a cosa fare a capodanno, che sarebbe bello tornare a Parigi quest'estate e che quasi quasi alla fine quella macchina fotografica che costa come salvare un paese in Africa potrei anche comprarmela.

Siamo tutti dei borghesucci da quattro soldi e nemmeno ce ne rendiamo contro: pensiamo che quei quattro grammi di indignazione ci rendano migliori, pensiamo che twittare qualcosa di ironico sul ritorno di Berlusconi ci renda impegnati ed intellettuali.
Siamo cagasotto da tastiera, masturbatori mentali (e non).

Un paese civile farebbe la rivoluzione: noi twittiamo.
Ma ora basta, devo dormire che doman si lavora, mica come quei pelandroni nelle piazze.

Morte al padrone. Viva il padrone.
Ci vediamo in giro ci faremo una foto. Con la Reflex s'intende.

domenica 28 ottobre 2012

Frammenti d'amore condominiale.

Fuori piove. Non troppo forte. La tettoia di plastica della rimessa per le auto ne amplifica, però, il suono. Due ragazzi stanno stretti nel letto: sono nudi. Dalle gelida notte autunnale li separa solamente un piumone. Si scaldano l'una col fiato dell'altro.
I vestiti in disordine sul pavimento, come strappati di dosso da una furia cieca, stanno abbandonati, informi.
Si sussurrano parole a voce così bassa che spesso si chiedono se non sia il temporale con cui stanno parlando: sono frasi di circostanza, parole già sette e già scritte. Ma in quel momento, solo in quel momento, nello spazio brevissimo tra i loro respiri, assumono valore universale: due amanti non sono mai banali.

Mario Spelonchi non ha sonno: ha lavorato duro anche il sabato e poi si è steso con due birre subito dopo cena. La moglie stesa a fianco a lui, la stessa moglie che non è stata in grado di generare un piccolo Spelonchi in tredici anni di matrimonio, legge un libro di Oriana Fallaci e fantastica, di questo è certo, di femminismo.
Gli sale una rabbia dentro: 1500 euro di stipendio al mese, quasi tutti spesi in mutuo e spese per il cibo. Nessun divertimento, nemmeno un figlio nel quale riporre una speranza.
Guarda la moglie, non la ama più, non si amano più, ma resistono. Che fare altrimenti, ricominciare daccapo? Nemmeno per idea. E poi è una brava cuoca e sopra ogni altra cosa una brava donna. E poi lui per 'certe cose' ha delle amiche, e deve pure fare attenzione che quelle un piccolo Spelonchi non è proprio il caso che lo sparino fuori.
Bofonchia buonanotte all'essere umano con cui gli capita di dividere il letto da ormai troppi anni.
Lei finge di leggere il libro. Domani preparerà le valigie e lo lascerà.

Steso nel suo letto Luigi si lascia cullare dal suono della pioggia. Oggi le ha chiesto il numero di telefono.
A trent'anni non è più facile come da ragazzi: però oggi ha preso coraggio e l'ha chiesto.
Lei è parsa stupita, poi divertita ed infine, in un certo modo, lusingata. L'unica costante è rimasta la sua indiscutibile bellezza. Avrebbe potuto guardare quegli occhi veri per tutta la vita senza sentire il bisogno di fare altro. Aveva ignorato i consigli di tutti: lavorate nello stesso ufficio; se ti rifiutasse come faresti a lavorarci; è troppo bella per te. E' innamorato, e come ha letto in almeno un centinaio di libri, l'amore fa fare cose stupide. Ora ha il suo numero, e circa due ore fa le ha scritto: ora trepidante attende una risposta. Sente dentro di sè la tensione scendere: è stata una giornata campale della sua vita: ha preso una decisione e ha compiuto un gesto di cui mai si sarebbe creduto capace. Ora nella rubrica del suo cellulare c'è quel nome tanto desiderato: ALESSIA. Tutto maiuscolo. Già fantastica di un futuro insieme, di vacanze e di domeniche mattina passate tra le coperte: sente quasi la sua presenza nell'angolo vuoto e freddo del letto. Ha trent'anni e si sente molto solo, e fin dal primo giorno che l'ha vista ha saputo che era lei quella giusta, erano quegli occhi verdi quello che cercava.
Alessia, che a dire il vero a quel tipo un po' strano ha dato il numero per un misto di pietà e gioco, in questo momento giace nuda nel letto di Renato Cosenza, ovvero il capo del reparto in cui lei e Luigi lavorano. Alessia presto avrà una promozione, sudata.

Tic Tic Tac Tic. Il suono delle gocce di pioggia che cadono sulla tettoia si mescola a quello della tastiera del PC. All'ultimo piano di un palazzo anni Settanta c'è chi fantastica sugli amori degli altri. Sulle loro vite. Sulla vita in generale. Pigia con violenza i tasti, quasi a voler incidere quelle parole.
Scrive ancora qualcosa, poi andrà a letto. Contro certa solitudine non basta neppure la masturbazione.

lunedì 27 agosto 2012

Cartoline.

Frammenti di vacanze pseudo-borghesi dove la crisi non si vede e le foto dei cocktail si sprecano.

Il sapone sulla sua schiena per entrare meglio in docce troppo piccole per poter contenere due persone.

I poker di jolly, che belli miei non fanno vincere le guerre ma solo le battaglie. Chiedi a Napoleone baby.

Corpi sudati che provano improbabili compenetrazioni con l'asfalto, le ferite e le automobili che ti sfrecciano a lato come se fossi caduto in autostrada.

Baffuti grassi e sudati uomini in costume a mutanda sedotti da pragliesche sirene.

"Staggami dalla foto che ho una reputazione". Lo sappiamo benissimo che non ne hai mai avuta una.

Pelle bianca che solo Photoshop saprà scurire.

Pasta. Panna panna panna. Parmigiano parmigiano parmigiano parmigiano parmigiano parmigiano parmigiano parmigiano parmigiano.

Alessandro.

Un grazie di cuore. Mi ricorderò di voi guardando le foto.
Grandi cose ha fatto il signore per noi.

lunedì 6 agosto 2012

Neve ad agosto.

Cose che a raccontarle in giro non ci crederebbe nessuno. Quando avevo ventisei anni ho visto nevicare ad agosto a Forno Canavese. Ho un amico che mi dice che dovrei parlare di posti più suggestivi: mica Holden è scappato dietro il campo santo a Pertusio.
Ma alla fine alle persone piccole calzano a pennello storie piccole, per dire mica potrei scrivere Guerra e Pace io: posso raccontare però di quella volta che ad agosto a Forno ha nevicato.
"Al lettore medio non importa del significato più profondo e del messaggio: vuole intrattenimento." E' come il telespettatore medio, vuole macchine che esplodono e reggiseni strettissimi pronti ad esplodere sotto la devastante pressione di due tette al silicone.
Ma non voglio divagare: ci siamo io, Forno e la neve. Sicuramente ci sono un mucchio di altre persone che stanno sicuramente facendo un mucchio di altre cose, per esempio c'è sicuramente un ragazzino di tredici anni che si sta masturbando guardando qualche filmino porno su un computer e anche una casalinga incazzata nera perché il marito non è ancora rientrato e il pollo si fredda. E' sempre questo il problema delle storie, bisogna in qualche modo circoscriverle: Forno è un piccolo paese eppure anche a volerlo sarebbe impossibile raccontare la storia di tutti quelli che ci abitano. Che mente geniale ed immensa quella che riuscirà per la prima volta a concepire la storia dell'intero mondo. Da ragazzo ci pensavo spesso alle storie che si intrecciano e sognavo un giorno di raccontarne una che le racchiudesse tutte: ora ho accettato la mia sconfitta nei confronti della vastità del racconto e mi sono specializzato in piccole storie. Immagino cartoline, polaroid. Sono giunto a una forma di nichilismo letterario che mi porta in una spirale di storie sempre più piccole ed insignificanti. "La sconfitta dell'uomo di fronte alla vastità del mondo" direbbe un critico entusiasta, probabilmente dopo la mia morte in un tragico incidente con delle anfetamine. "Pigrizia" ha sentenziato Chiara, che tutto sommato mi conosce bene e non ha poi mancato di molto il bersaglio. Lei è la stessa che continua a dirmi che i racconti non hanno senso, che se uno scrive deve voler raccontare una storia e che una storia deve essere sicuramente più lunga di due pagine. E io che in fondo l'ho sempre pensato comincio a parlare d'altro, e cerco scuse convincenti per far credere a me stesso di aver fatto una certa scelta stilistica.
Comunque è sempre agosto, io sono sempre a Forno (per i più precisi posso specificare che mi trovo esattamente davanti alle Scuole Elementari) e dal cielo continuano a cadere morbidi fiocchi bianchi.
La testa sta vagando, come al solito, e probabilmente canticchio tra le labbra, come mi capita spesso.
Non sono particolarmente stupito dell'evento, forse non sono nemmeno particolarmente cosciente di quanto sta accadendo: il paese intorno a me si sta coprendo di una coltre bianca.
Nelle orecchie a volume sostenuto sto ascoltando della musica alternativa, di quella che ascoltano i ragazzi con le magliette sgualcite e i capelli spettinati. Penso di essere l'unico a non ascoltarla per fare colpo sulle ragazze ma perché gli piace sul serio. O forse piace davvero a tutti e gli altri fanno colpo perché sono più interessanti di me. Un violento schiaffo del mio ego mi fa rinsavire. Sono l'unico. Sicuro.
A Miami avrei portato dei Ray Ban a specchio e avrei ammiccato ad una sventolona che mi passava accanto; a Parigi con un basco appoggiato in testa avrei avuto la barba incolta e capelli lunghi da bohémien; a Berlino cresta e tatuaggi; a New York un portatile sotto il braccio ed un bicchiere di Starbucks. A Forno ho dei pantaloncini corti con una macchia nella parte bassa della gamba destra e una maglietta sponsorizzata, di quelle che i danno per fare gli allenamenti di calcio. Non è elegante ma ai piedi ha due infradito verdi con un'enorme scritta gialla: "Brazil".
Cadono sul mio piccolo paese in provincia di Torino un totale di due centimetri di neve gelata, immediatamente sciolti dal caldo sole estivo. L'abbiamo vista in pochi quella nevicata.
La storia di una nevicata piccola, in un paese piccolo. Insignificante. Ci sono posti nel mondo in cui nevica tutte le estati.

domenica 29 luglio 2012

Il grande giorno.

Ragazzo mio è arrivato il momento. Oggi compi dodici anni, ed è giusto che un padre a quest'età renda suo figlio un vero uomo.
Tieni questa è la chiave della porta del garage: è una chiave che ho solo io. Lo sai benissimo.
Tua madre, finché è stata qui ne è stata sempre irrimediabilmente esclusa. Il garage, ragazzo, è il luogo dell'anima per ogni uomo: non permettere mai ad una donna di entrare nel tuo garage. Se ci fosse un Dio, ragazzo, avrebbe avuto bisogno di un solo, unico, comandamento: le donne non possono estrarre nei garage.
Quella è la toppa: la toppa di un garage, ragazzo, è come una donna. Forse non capisci quello che ti dico, ma devi avere la giusta dose di delicatezza per fare in modo che lei accetti la tua chiave, ma poi essere sufficientemente ruvido da farle capire che lei rimane esclusivamente una toppa, mentre sei tu ad avere la chiave e a decidere quando aprire e quando chiudere.
Sono quei cazzo di telefilm che hanno bruciato il cervello a tua madre. Donne con le tette rifatte e che se ne stanno tutti il giorno a non fare niente, solo a cercare di montarsi il vicino di turno. Ma non siamo qui per parlare di lei: ha fatto la sua scelta, e noi in qualche modo l'abbiamo accettata. Lo so che quest'anno non ho dato il meglio di me, e che tu eri sveglio alcune volte che tornavo a casa con certe signore. Però cazzo, ti ho detto con delicatezza, è una chiave logora e fatica ad entrare, devi essere tu a comandarla, tu a decidere cosa lei deve fare: usala con dolcezza, cazzo. E poi anche quelle birre abbandonate in giro: lo so che non è stato facile, ma devi capire che per un uomo come me non è facile superare quello che è successo. Quella puttana. No, dai, lo so che non vuoi che la chiami così, e dai hai dodici cazzo di anni, smettila con quei lacrimoni, siamo uomini, dai apri quella dannata porta: oggi è una giornata solo per noi.
Senti il rumore della chiave che penetra dolce all'interno, è come se tutta la struttura ne gioisse. Bene, ora devi girare con delicatezza ma con decisione, senza rallentare: le serrature vecchie sono scorbutiche quando maneggiate da mani inesperte. Pensa alla serratura, dai. A quello che c'è dentro ci penseremo dopo. Ho portato due birre e due sigarette: è giusto che questo lo faccia con tuo padre: sono io che devo farti diventare un uomo. Cazzo, devo dirtelo, ho avuto paura per un po' che mi diventassi un frocetto come il ragazzo che vive dall'altra parte, quello sempre chiuso in casa a giocare a quei giochi del computer come un imbecille. Poi ti ho visto sul campo di calcio: lui che ti punta col pallone tra i piedi, quasi timoroso, e tu che con cattiveria gli porti via la palla con un piede, mentre con l'altra gli dai un calcio che lo fa uscire dal campo. Cazzo, sarai qualcuno un giorno. Piscierai in testa a quei ragazzi della tua scuola con le loro stranissime scarpe alla moda e le loro madri su quelle macchine enormi. Se n'è comprata una anche quel bastardo che si scopa tua madre. Ok, scusa ragazzo, mi dispiace, lo sai. Ma sai anche quanto mi fa male vederla con quell'altro: quello stronzo, so che lo odi come me. Bravo ragazzo, è l'odio che ti spingerà lontano da questo posto: odia tutti i bastardi luridi schifosi che vivono in questo postaccio. Bene hai aperto la porta. Hai davvero un'ottima mano ragazzo. Ecco non ci resta che spingere la porta ed entrare: mi raccomando ragazzo. Ricorderai oggi per tutto il resto della tua vita. Il mio ragazzo. Noi due, due uomini. E vaffanculo a tutti gli altri: basteremo uno all'altro.
Dai spingiamo questa porta: è il grande giorno, il grande momento.

sabato 21 luglio 2012

Un'eroina.

La bambina di sedici anni stava stesa al suo fianco.
Entrambi nudi.
Di lei si potevano distinguere distintamente i seni duri e nervosi rivolti verso il soffitto. Lui, era avvolto nei suoi trent'anni di uomo bianco con un lavoro normale e in una cappa di sudore. Lei zitta non parlava, mentre lui con calma scaldava quel poco di eroina che restava in un cucchiaino che sicuramente doveva servire per il tè.
La siringa appoggiata sul comodino, lui scaldava e rassicurava la sua giovane compagna che non sarebbe stato male e che se uno non la prova non può poi nemmeno dire che no vada bene usarla.
A lui l'eroina faceva un effetto splendido: mentre il suo corpo materiale si disgregava lentamente, ovvero la pelle diventava sempre più cadente ed i capelli radi, ogni fibra al suo interno era tesa e vitale. Un'erezione a corpo intero, l'emozione più bella dell'intera vita.
Non avevano fatto sesso, e con buona probabilità non l'avrebbero fatto nemmeno dopo, ma era riuscito a farsi fare una sega, e per lui era più che sufficiente: aveva esclusivamente bisogno di farsi in compagnia, perché solo i drogati si bucano da soli.
Lei, sedici anni capelli biondi e sguardo da ragazza che si finge cresciuta ora cominciava ad avere davvero paura; era convinta che l'avesse rimorchiata per fare sesso, ma ora voleva che lei si bucasse e a lei proprio non andava. Non le piacevano le droghe, qualche spinello lo fumava certo ma quello era solo per sciogliersi un po' prima della serata.
Quella era droga vera, voleva scappare, ma era terrorizzata dal tipo che l'aveva rimorchiata.
Lui intanto, completamente assorto nell'operazione aveva ordinatamente riposto il cucchiaino dopo averne assorbito il contenuto con la siringa: era pronto ad iniziare la danza.
Senza alcuna galanteria le aveva detto: prima io, poi tanto non ho problema ad aiutare anche te.
L'ago era penetrato lentamente nel braccio, e poi il liquido caldo era entrato nelle vene. Dentro di lui un'esplosione orgiastica: gioia pura venduta da un libanese dietro l'angolo.
Aveva emesso un rantolo di soddisfatto piacere, i muscoli tesi, aveva fatto uscire l'ago e l'aveva offerto a lei, sempre più pallida e sprofondata nel suo angolo di letto.
Doveva uscire con ragazzi della sua età era veramente stata stupida quella sera, ed ora rischiava di rovinarsi per sempre la vita.
Lui aveva perso completamente ogni interesse per lei e aveva cominciato un discorso insensato sulla vera essenza della natura umana:
-Tu non capisci. L'uomo sbaglia nel porsi la domanda fondamentale dell'esistenza. Voi giovani tutti concentrati su una marea di stronzate, perdete di vista le priorità.
L'uomo, noi, io e te non abbiamo un fine e nemmeno un principio: ci illudiamo di essere noi a dover trovare un senso alla vita quando questo ci è totalmente precluso. Dio cerca il senso della vita: noi non siamo altro che il mezzo; burattini in mano ad un burattinaio; casi di test dell'esistenza. E' inutile bambina sbracciarsi ed affannarsi, siamo cavie e da cavie moriremo, senza motivo esattamente come siamo nati.-

I suoi discorsi le avevano dato l'opportunità di alzarsi e cominciare a vestirsi: lui in totale tranche continuava a blaterare, mentre il suo corpo si abbandonava sempre più all'abbraccio del materasso.
Completamente vestita era rimasta dieci minuti a guardarlo: aveva cominciato a dimenarsi, come volesse liberare un'anima così enorme da un corpo così insignificante. Una lotta feroce che però aveva visto l'anima sconfitta quietarsi, pronta a ritornare a graffiare alla prossima iniezione di benzina.
Lo aveva abbandonato lì senza alcun rimorso: a sedici anni è difficile capire quando una persona sta morendo, e lui, anche se molto lentamente lo stava facendo.
Avrebbe scelto il modo migliore: addormentandosi al volante completamente fatto aveva terminato quell'esistenza combattuta sul palo AF003 di un'insignificante strada statale dimenticata nel nulla.
Alcuni amici il giorno dopo avrebbero portato dei fiori, per poi tornare a cercare i loro pali.
Lei dopo quella sera non ha più rimorchiato sconosciuti intriganti con la maglietta dei Sonic Youth a delle feste a bordo piscina.

domenica 17 giugno 2012

"Tempo fuor di sesto" di P. K. Dick

Dick è Dio.
E come ogni Dio ha creato un mondo. Troppo piccolo e allo stesso tempo troppo grande.
E' il mondo perfetto dell'infanzia felice, del sogno americano, del dollaro per comprarsi la gomma da masticare. Il mondo fatto di buoni rapporti coi vicini, del negozio di frutta e verdura, di una città autosufficiente e di un'eterna pace e felicità.
Ma se poi non fosse tutto vero? Se un giorno Ragle Gumm smettesse di risolvere il concorso cel quotidiano locale il mondo potrebbe davvero finire.
E' qui il nocciolo del libro: il mondo gira intorno a noi. Punto. O punto interrogativo?
Un viaggio allucinato attraverso il confine della realtà, ad affrontare un mondo "esterno" (e mai come ora lo è in tutti i sensi) nel quale capire se si è demiurgi o semplicemente spettatori. La grande domanda dell'esistenza: se io non ci fossi che sarebbe del mondo?
La risposta schizoide di Dick è il manifesto della fine degli splendidi anni cinquanta ("l'età dell'oro") e l'inizio di un epoca di domande e riflessioni.
Pronti a salire sulla prossima astronave, lunatici?

Polaroid.

Piccolo brano con dedica.

Alla manica di stronzi vestiti tutti uguali che all'Hiroshima se hai la camicia ti guardano male.
E ai loro discorsi del cazzo mentre io sto aspettando di entrare: le vostre macchine fotografiche ficcatevele nel culo.


Amore mio, ti amo meglio in una Polaroid.
Sguardi rivolti dall'altra parte; effetto Lomo.
Ho le calze a righe arancioni, tu mettiti un cappello stravagante e il foulard rosa che risaltano gli occhi.
Voglio una foto in un prato, con noi due soli ed il sole che tramonta.
Poi quella dove io salto e anche una tua con gli occhiali da sole presa dal basso.
Amore mio, amiamoci in prestito.
Come le nostre idee e le nostre passioni.
Portami al mare amore mio, che Giulia ha delle foto che voglio fare anche io.
Al ristorante cinese la foto del sushi, in gelateria della tua coppa.
Amiamoci come tutti gli altri, che ad amarsi in mille è molto meglio.
Eleviamoci al tempio dell'apparenza e dell'ostentazione.
Sposiamoci, e arrediamo casa nostra con le cose del Balon.
Vivremo del nostro amore e delle serate e delle foto e delle vacanze e delle scarpe e della giacca e del vino e del ristoranti e del cellulare.
Odieremo i borghesi benpensanti, sfideremo il conformismo con altro conformismo: conformiamoci all'anticonformismo amore mio.
Ascolteremo i concerti di gruppi indie e rideremo di quelli che non sono come noi.
Ma non lo sanno che non si va in camicia ai concerti?
Leggeremo i romanzi più intelligenti e odieremo i classici e la fantascienza.
E poi nuove e migliori idee in prestito amore mio.
Fino a non essere più nulla, ma solo un'altra faccia dell'anticonformismo.
Belli, sempre controluce.
Avremo sempre la posa e la faccia giusta per ogni situazione.
Mangeremo solo in "bellissimi localini sconosciuti".
E rideremo di gusto di quegli amici che vanno in pizzeria.
Amore mio, viviamo la nostra vita da Polaroid.
Con effetto Lomo, s'intende.

giovedì 31 maggio 2012

Parata.

Non rinunciano a niente.
Hanno la faccia come il culo: occorrono sacrifici dicono, mentre mungono denaro dalle nostre tasche per far arricchire i loro amici banchieri e i loro amici generali.
Resta più poco da fare: hanno vinto su tutta la linea, persino le bombe oramai ammazzano ragazzine. Resta poco da fare.

Faranno la faccia contrita assieme alle guardie del corpo alla parata: ci parlano di repubblica, mentre perpetuano felici la loro dittatura, una dittatura dolce, come un superdotato che mentre ti trapana il culo fa anche il piacere di scrollartelo un po'.
Io ad esempio mi sono arreso. Li ignoro fingendo che la mia vita possa scorrere senza incrociare la loro.
Vi odio e vi auguro la peggior sorte merde umane, zecche luride.
Che possiate strozzarvi coi manicaretti che comprate con i nostri soldi, che vi investano le vostre auto blu, che cadano come mosche i vostri aeroplani, che sparino dritti verso i vostri culi i vostri fucili.

"Noi siamo noi e voi non siete un cazzo"


martedì 17 aprile 2012

Gigi.

E' un complesso edilizio degli anni settanta la casa di Gigi. Ci abitano lui, la moglie e tre figlie: due bellissime ed una decisamente orribile, terribilmente orribile, orribilmente orribile, un mostro.
Fossimo in un film americano (leggasi ammerrecano) Gigi verrebbe da una storia disgraziata e finirebbe a crogiolarsi nella bambagia sazio di successo e di denaro. Ma non siamo in un film e non sempre si può nascere in america (leggasi ammerreca), così Gigi diciamo che ha avuto una vita normale, decisamente anonima, di quelle che spettano a noi che non lo sapevamo e ci siamo sbagliati a non nascese in amerreca (leggasi america).
Mi direte, ma che ce ne frega di sto Gigi di sua moglie e di ste tre figlie, anzi due figlie e un mostro. Effettivamente non ve ne frega niente, ma del resto se Renzo avesse sposato Lucia alla terza pagina IL manzoni non avrebbe avuto niente da scrivere e nonostante tutto saremmo qui a raccontarci di Gigi diella sua cazzo di moglie e di ste tre cazzo di figlie, anzi due cazzo di figlie e un cazzo di mostro. Gigi e le tre figlie sono a casa loro, nel complesso anni settanta, ovviamente per loro non è un complesso anni settanta, è semplicemente casa loro, così come voi in questo momento non siete in un tipico cascinale canavesano, in un alloggio di edilizia popolare o in una villetta a schiera, ma siete semplicemente a casa vostra: o potreste anche essere a casa di qualcun'altro, ma questo non cambia certamente la storia di Gigi, che prima cosa è inventato, e seconda cosa sicuramente non vi conoscerebbe anche se fosse reale.
La moglie di Gigi, che quasi mi dimenticavo di dirvelo, è bellissima, davvero. Ogni volta mi chiedo come abbia fatto uno come Gigi, che non è nato in america (leggasi...) ad avere una moglie così, talmente bella da sembrare una dea, anzi di più: un'Americana.
Ecco, ora che siamo pronti posso dirvi che Gigi non se ne sta propriamente fermo in casa, ma sta camminando lentamente lungo il corridoio che unisce la parte giorno alle camere da letto. Avrei dovuto dirlo prima forse, ma Gigi ha in mano un coltellaccio, di quelli da macellaio, anche se Gigi non è un macellaio, tutt'altro, da quando ha compiuto diciotto anni è diventato vegetariano, come Pol Meccartnei, quindi manco si ricorda com'è fatto un macellaio. Gigi sta girando con questo enorme coltello per casa mentre tutti dormono, ma non ha il passo indeciso, del dubbioso, ha l'intercedere impettito dell'uomo sicuro di sè, come un'attore in uno di quei film da donne. Il suo passo sicuro lo porta nella sua camera dove stampa, a labbra piene, un bacio in fronte alla moglie, dopodichè esce dalla stanza e socchiude la porta delle figlie dove le due bellissime dormono compostamente come angeli. A Gigi scappa un sorriso e manda un bacio da lontano, per non disturbarle. Poi Gigi si sente veramente stanco e capisce che è ora di smetterla di camminare per casa in piena notte, e così posa il coltello in cucina, e va in bagno, perchè sennò poi deve alzarsi in piena notte, ed è una cosa che a lui da proprio fastidio. E mentre fa la pipì in piedi, perchè non è una checca che la fa da seduto, guarda di sbieco la figlia brutta, il mostro, che con tredici buchi fatti da un coltellaccio da macellaio nel petto sta stesa nella vasca, con la bocca aperta e gli occhi vitrei. E così Gigi se ne va a letto, in un complesso edilizio degli anni settanta, dove abitano lui, Gigi, la moglie e due figlie bellissime, e anche se siamo a Torino, dopo questa notte, a Gigi sembra di essere un po' di più in america.

venerdì 23 marzo 2012

A Londra si vive meglio.

A Londra si vive meglio che a Forno Canavese. Quasi dappertutto si vive meglio che a Forno Canavese.
Io ad esempio ci vivo male a Forno, un po' perché lavoro lontano e un po' perché alla fine rimane sempre il solito paese di merda, pieno di gente di merda: come me.
Eppure c'è un sottile piacere ogni mattina fare la stessa strada che facevi da bambino sognando di essere grande: il mondo da adulti per un bambino è irreale, ci si immagina più grandi ma nulla intorno è cambiato. Ad esempio ero convinto da grande di guidare una Tipo.
Poi quella strada è anche la stessa che facevi a sedici anni quando sognavi di non farla mai più, di scappare lontano, a Londra per esempio. Lo sognavi su un pullman che puzzava di ascelle e di ormoni, lo sognavi tra le ette della tua compagna di classe e il compito di latino.
La stessa strada che quando scendi a Rivara le mattine di primavera un sole terribile ti si conficca dritto negli occhi, a ricordarti che non è un bel mondo dove viviamo, e che se è stato fatto a misura di qualcuno quel qualcuno non sei te.
Eppure il mio paese in salita, dove tutti si conoscono e tutti, cordialmente, si odiano, nato da fabbriche dove si è vissuta sulla pelle la differenza tra operaio e padrone, per me rimane qualcosa per cui combattere. Combattere perché è un posto come questo che ti da la possibilità di vedere il mondo da un'ottica diversa. Fuori dal flusso degli eventi, fuori da mode e mondanità.
Per dirla in parole povere: a Forno non succede mai un cazzo.
Nelle grandi città, succedono tantissime ed interessantissime cose, si vive una vita piena perché si fa apericena e si vive nel quartiere giusto e si esce con una modella, un negro che fa il buttafuori e un gay dichiarato che chiama amorino i suoi amici. Io resto invece nel mio centro dell'uragano a guardare il mondo che gira attorno. Non ballo perché non ne ho voglia e perché trovo questa necessità di partecipare al grande flusso dell'inutile storia dell'umanità assolutamente noioso. Scriviamo storie e creiamo mode per raccontarcele, sperando che in qualche modo nel mondo rimanga una traccia di noi.
Di Forno Canavese non rimarrà traccia: scomparirà come i dinosauri. Saranno tutti a Londra, o a Parigi quel giorno. Ad un vernissage in cui vengono serviti vini e formaggi tipici. Forno scomparirà in silenzio, come un rutto scompare nel vento. Senza grazia. Non avrà foto color seppia ad immortalare i suoi scorci tipici. Nessuno si sarà mai innamorato sulle sue strada, perlomeno di quell'amore mondano che regala Parigi e nessun artista gli dedicherà un quadro.
Via dalla faccia della terra. Come una bestemmia rabbiosa, l'addio di un mondo che scompare.
Lo riscopriranno anni dopo, figli di papà con la puzza sotto il naso rimpiangeranno ai tavolini di un bar la vita bucolica canavesana, ma poi il discorso cadrà perché un nuovo taglio di capelli o un nuovo tipo di foulard li avrà distratti.
Ecco, la mia vita la voglio sprecare in un'ansa della storia, a guardare gli altri correre intorno a me. Io mi tengo Forno, nonostante sia in salita e nonostante le processioni sotto le finestre di casa. Nonostante sia brutta e nonostante sia abitata.
Forno se ne fotte del mondo. Io me ne fotto del mondo. Come rappresagli, perché lui se ne fotte di me.

domenica 18 marzo 2012

Ho conosciuto Federico Fiumani.

Un giorno ho conosciuto Federico Fiumani.
Avevo una ventina d'anni e mi ero preso una cotta terribile per una ragazza vagamente alternativa che frequentava il mio stesso bar. Al bar ci passavo appena uscito dall'ufficio, incravattato e con addosso quell'odore indistinguibile da impiegatuccio triste. Le stava costantemente seduta in un tavolino d'angolo a parlare con un'amica, con fare serio, come se da quella conversazione potesse uscire la soluzione a uno dei grandi problemi del mondo.
Io al bancone ordinavo tutte le sere un caffèmacchiatograzie, e mentre col cucchiaino intraprendevo l'arduo compito di far sciogliere lo zucchero nella tazzina non potevo evitare che i miei occhi si posassero su di lei: non propriamente bella, ma con un seno prominente e due occhi da lupa che mi stregavano ogni giorno di più. Era più giovane di me, ma nonostante questo sembrava avere molta più esperienza di me della vita. Bevuto il caffè la cercavo con lo sguardo mentre qualche avventore cercava di cominciare una futile conversazione sul tempo o sul Toro che neanche quest'anno ne vince una.
Poi un giorno mi sono fatto coraggio, ho sciolto leggermente il nodo della cravatta, mi sono avvicinato al tavolino e le ho parlato. Ecco, la differenza tra i ricordi veri e quelli che puoi leggere in un libro è che quelli veri sono confusi, come se riuscissimo ad intravederli solo attraverso una leggera nebbia, che si dirada per dei lampi di lucidità ma che poi in altri punti si rivela fitta che non ci si vede attraverso. Non riesco a ricordarmi come ho attaccato bottone, ma soprattutto non mi ricordo assolutamente il nome della ragazza. Caterina? Cristina? Cristiana? Nulla. Poco male, non era certo il suo nome ad avermi colpito, ma la sua strana richiesta. Perché non mi aveva detto subito no come avevo temuto, ma dopo aver sfoderato un sorriso strafottente che l'aveva resa ancora più desiderabile, mi aveva detto che le andava bene uscire con me per una sera, ma io dovevo portarla ad un concerto dei Diaframma. Il vuoto. Non sapevo chi fossero. Mi ricordo arrancare, promettere, sorridere: "Ma certo i Diaframma."
Quella sera al bar dopo il caffè non avevo idea di chi fossero. Corsi a casa appiccicato ad un computer con il suo numero salvato sul cellulare ad ascoltare canzoni, a leggere testi, a scoprire storie e persone. Devo dire che mi piacquero subito: nel giro di una settimana ero diventato esperto dei Diaframma, discreto conoscitore del rock anni '70 e felice possessore di due biglietti in prevendita per la data di Torino.
Dopo il solito caffè mi avvicinai: "Io ho i biglietti." "Hai comprato la prevendita? Ma mica è un concerto di Vasco". Ero ai suoi occhi un vero idiota, ma poco me ne importava, dopo due giorni saremmo stati al concerto e tutto sarebbe stato diverso.
Giovedì sera, macchina lavata, ricambio pronto per evitare di imbarazzarla con la mia cravatta: la carico davanti al bar e andiamo al concerto. Poche persone, la prevendita era davvero inutile.
Un sorriso da ebete mi violenta la faccia, non posso evitarlo: lei si muove come un animale appena entrato nel suo habitat, io ho la stessa scioltezza del primo uomo sulla luna. Suona un gruppo spalla che non vedo nemmeno per un secondo, i miei occhi sono fissi su di lei: ha una maglietta bianca leggermente scollata con stampata sopra la copertina di Ten dei Pearl Jam, dei jeans stretti. Aveva un bel sedere, al bar non me n'ero mai accorto perché era sempre seduta.
E poi comincia il concerto: la gente, che nel frattempo era aumentata, si accalca sotto il palco. La perdo di vista perché sto guardando il gruppo entrare in scena. Mentre le prime note invadono il locale la cerco invano intorno a me. Poi la vedo.
Pietro era un ragazzo della mia età che abitava tre paesi sotto il mio: l'ho sempre odiato perché aveva sempre l'aria di trovarsi a suo agio in ogni situazione, perché era bello e perché tutti lo veneravano nonostante fosse uno scansafatiche e un buono a nulla. L'ho rivisto poco tempo fa, ha fatto i soldi e ha una famiglia che sembra quella del Mulino Bianco: è rimasto un vincente.
La vedo mentre infila circa un metro di lingua nella bocca di Pietro che a quei tempi portava i capelli corti e spettinati. Si accorge di me e mi guarda come a dire "Che posso farci?". Vorrei una pistola o un bastone. Vorrei con tutto il cuore non essere astemio e poter quantomeno bermi tutto il locale.
Scappo con gli occhi gonfi per le lacrime e perché là dentro fumavano e a me il fumo da fastidio.
I ricordi successivi sono sfumati nella memoria. Ho vagabondato per una Torino notturna per qualche ora. Guardavo con odio e invidia le coppiette che passeggiavano, disperato per l'ennesimo innamoramento sbagliato e per il pensiero della stanchezza del giorno dopo a lavoro.
Il primo ricordo più luminoso è l'insegna di un bar, quando mancavano davvero troppe poche ore alle nove. Entro per un caffè macchiato. Affianco un tipo con un collo spaventosamente enorme che sta bevendo un cappuccino. Ordino il mio caffèmacchiatograzie, mi giro per parlare del giorno che sta per nascere. E' Fiumani. Il cantante dei Diaframma, quello che cantava sul palco mentre una della quale mi sono anche dimenticato il nome mi spezzava il cuore.
"Sei Fiumani" "Così sembra" "Ero al tuo concerto" "Sarete stati in duecento, mi viene difficile riconoscervi".
Ha l'accento toscano, io piemontese, lui ha l'aria da rocker mentre io ho ancora i pantaloni eleganti che ho usato a lavoro.
"T'è piaciuto il concerto?" "Non l'ho visto la mia ragazza ha baciato un altro e me ne sono andato" "Le ragazze baciano sempre altri, per quello bisogna scopare quelle degli altri e mai averne una propria"
Gli pago il caffè e mi dimentico anche di chiedergli un autografo. Usciamo assieme dal locale in silenzio. Quei silenzi veri che esistono solo tra due sconosciuti o tra due che si conoscono da una vita.
"Ciao cornuto" "Ciao Fede".
Un giorno ho conosciuto Federico Fiumani, scelto di non innamorarsi di ragazze che ascoltano i Diaframma e capito che la vita riesce ad essere davvero una merda ma un caffè può cambiare tutto.

domenica 26 febbraio 2012

Diario di un sociopatico.

Paziente C. K. - Giorno 27

A me se non restasse nulla della razza umana dopo di me non importerebbe molto: è il primo segnale che fa di una persona un sociopatico. Ma io non auguro del male all'umanità, semplicemente non me ne fotte un cazzo. Per dire, non spingerei mai una vecchietta giù per le scale e tantomeno la guarderei morta stecchita, magari con la testa quasi girata al contrario perché si è rotta l'osso del collo. Però non potrei dirmi sinceramente dispiaciuto di tutto questo.
L'altro giorno ho guardato un gatto morire. Esalava gli ultimi respiri dopo essere stato investito da un camion (ironia della sorte era un camion della Coop, probabilmente pieno di cibo per gatti) e io l'ho guardato negli occhi per cinque lunghissimi minuti. Non era spiaccicato, con le budella di fuori e con gli occhi fuori dalle orbite, era semplicemente disteso e stava per morire.
Volevo cogliere in quello sguardo da gatto il senso profondo della morte, della sua quantomeno. Moriva, io non potevo fare nulla. Nei suoi occhi non c'era né odio né tristezza. Solo ottusa paura. I suoi occhi piantati nei miei avevano solamente paura. Moriva senza un ultimo sforzo di dignità, senza tentare di rendere eroico quanto di più banale possa accadere ad un essere vivente: morire. Ho provato stima di quel gatto, filosoficamente aveva capito che senza il fondamentale passo del trapasso, la vita mancherebbe delle sue fondamenta, quella netta distinzione che la rende definibile, la morte. Senza un camion che ci stritoli le budella non saremmo mai vivi. Saremmo spettri mancanti della loro definizione.
Ho guardato il gatto morire. Poi l'ho lasciato lì, in mezzo alla strada, nel suo eroico sforzo di non rendere dignitoso quello che nasce banale.

giovedì 9 febbraio 2012

"Il giovane Holden"

-Sai cosa mi piacerebbe fare?- dissi. -Sai cosa mi piacerebbe fare? Se potessi fare quell'accidente che mi gira, voglio dire?
-Cosa? Smettila di bestemmiare.
-Sai quella canzone che fa "Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno"? Io vorrei...
-Dice "Se scendi tra i campi di segale e ti viene incontro qualcuno", - disse la vecchia Phoebe. -E' una poesia di Robert Burns.
-Lo so che è una poesia di Robert Burns.
Però aveva ragione lei. Dice proprio "Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno". Ma allora non lo sapevo.
Credevo che dicesse "E ti prende al volo qualcuno", - dissi -Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessuno grande, voglio dire, soltanto io. E sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.


Dopo che hai scritto questo non c'è nient'altro da aggiungere.
Non resta che ritirarsi nel New Hampshire, cambiare un po' di mogli e guardare film degli ani '40.

giovedì 2 febbraio 2012

La neve.

La neve è populista, perché cade su tutti, e poi è bianca in modo sospetto. Troppo bianca per non aver niente da nascondere.
Ad esempio quando case sulla mia macchina le ghiaccia tutto il vetro davanti, e io devo raschiarla via, congelandomi le mani. Poi riempie la strada e le macchine sbandano, i treni ritardano, uno della GTT deve stare sulle scale della metro per buttare il sale, e non ne ha voglia, così melo tira sui piedi e mi sporca tutte le scarpe. Scarpe che del resto sono tutte bagnate perché ho camminato nella neve, che finché sei bambino la neve ti piace un sacco perché ci puoi camminare e rimangono le impronte, puoi farci a pallate e volendo se ti ci stendi sopra ci puoi lasciare la tua impronta.
Che poi set scarpe non mi piacciono nemmeno molto, prima di tutto hanno la suola in gomma (e come dice Marco con la cravatta non puoi mettere le scarpe con la suola in gomma) e soprattutto perché sono quelle che metto col vestito quando vado a lavoro, dunque se porto queste scarpe, oggi bagnate, so che sto andando a lavoro, o che sto tornando e che quindi non ho tutta la giornata per me come quando ero bambino, c'era la neve e la scuola era chiusa.
Un giorno ho visto una ragazza bellissima sotto la neve, aveva la cuffia schiacciata sugli occhi e la sciarpa subito sotto il naso: forse non era bellissima, ma in quel momento era perfetta sotto la neve.
Sono scivolato e sono quasi caduto, una signora mi ha guardato, mi guardava già in metropolitana, alle persone non piacciono quelli che hanno la cravatta: è istintivo, hanno l'aspetto poco rassicurante di quelli che ti camminerebbero sopra se ti inciampassi davanti a loro, solo per non fare tardi a lavoro. Io non camminerei sopra a nessuno, ma del resto non sono nemmeno così buono, sono intrinsecamente stronzo come un po' tutti, e sono abbastanza certo che in questo la cravatta non abbia influito per niente. Per dire, non ho mai dato un centesimo ad un barbone ed odio davvero un sacco di persone. Odio tantissimo Fabio Volo, perché ha quell'aria da intellettuale di stocazzo, mentre trasuda stronzate anche stando zitto. Sciorina un sacco di banalità con tono da finto modesto, mentre invece si vede benissimo che sotto gongola e si sente un grandissimo genio. A Favio Volo piace sicuramente la neve, gli fa sicuramente venire in mente qualche ridicola stronzata romantica, di quelle che poi ne fa un bel collage e le mette tutte una dietro l'altra. Poi le chiama libro. E ne vende tanti. Mi hanno detto che sono invidioso: sono invidioso di un sacco di persone, ma non certo di Fabio Volo. Lui lo odio, e basta.
Dico che lo odio e sento già la paternale dei pervenisti, di quelli che non si devono odiare le persone. E perché mai? E' sacrosanto odiare gli altri, come è sacrosanto che gli altri odino noi. Mica voglio ucciderlo o gli auguro del male, semplicemente lo odio. Probabilmente se mi conoscesse lui odierebbe me. O forse gli starei del tutto indifferente, ha l'aia di uno che non si cura tropo delle persone, ma ci si riflette solo nelle pupille.
Cerco inutilmente di evitare i punti con la neve più alta, per fare in modo che le mie scarpe già abbastanza zuppe non si trasformino in vere e proprie pozze d'acqua. Da bambino tornavo sempre a casa coi piedi bagnati, ero dannatamente maldestro, come ora. Ho sempre l'aria di chi sia fuori posto, ma non troppo come un punkettone alla Scala di Milano, solo di un po', quel tanto da farmi sempre un po' stonare rispetto a quello che mi circonda. Succede anche coi vestiti, mai che mi calzino bene, sembrano sempre rubati a qualcun'altra che li avrebbe portati sicuramente meglio. Ho fatto sempre molto lo spiritoso, nonostante abbia un animo decisamente propenso al melodramma. Affronto però la vita sorridendo, pensando che tutto sommato sarebbe peggio essere morto. Cosa che ho davvero rischiato di essere quando prima ho attraversato la strada senza guardare e una signora alla guida del suo SUV mi ha quasi investito.
A volte immagino di essere uno di quelli che sanno fare colpo sulle ragazze. Quando in metro sollevo la testa dal libro immagino la vita di un uomo fascinoso, calamita di sguardi.
Io un pizzico di attenzione me la sudo, forse è per quello che alla fine ottengo sempre un'attenzione scadente, perché non spontanea ma forzata.
Domani e venerdì e non metterò la cravatta, un signora sui cinquant'anni guardandomi assorto nella lettura penserà che sono un bravo ragazzo, una ragazzetta che sono uno sfigato, il signore difianco che potrei spostare il gomito che gli sto piantando nella schiena.
La neve non mi piace più, e forse a pensarci bene non mi piaceva neanche da bambino, ero scarso a palle di neve e mi dava fastidio camminare con quegli orribili stivali imbottiti. Aspetterò l'estate per poter odiare un po' anche il sole.

domenica 22 gennaio 2012

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.

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La trama è questa: un vecchio centenario scappa dalla casa di cura il giorno del suo compleanno, in tanti troppi lo rincorrono: polizia, malavitosi e soprattutto la Storia.
Un uomo diagonale, un po' Forrest Gump e un po' Enrico Fermi che scorrazza per tutta la Svezia e per tutto il mondo spinto dall'irresistibile forza del caos. A fiancheggiarlo nella sua fuga anziani dalla fedina penale poco pulita, proprietari di chioschi onniscienti ma mai laureatisi, befane e pure elefanti.
Un vortice di personaggi e storie, di Franco, Stalin, Mao ed Einstein che strappano per le prime duecento pagine il sorriso.
Poi il libro non svolta e si accascia su se stesso ripetendo per altre 250 pagine la stessa litania, trasformando sorrisi e compiacimento in sbadigli e un po' di noia.
Non un brutto libro, assolutamente, ma se questo (assieme all'immancabile giallo) è il meglio che si riesca ad importare dalla Scandinavia, allora si può dire che "c'è del marcio in Svezia".
Tirando le somme una buona compagnia in un sabato pomeriggio uggioso, o sotto un immancabile ombrellone (potrebbero allegarli a certi libri), ma certo un romanzo che scivolerà presto via dalla vostra memoria: peccato, perché il coraggio di terminarlo come racconto lungo lo avrebbe sicuramente aiutato.

lunedì 9 gennaio 2012

Recensione di "Blood"


"All'arrivo della Polizia la scena del crimine si presentava agghiacciante come quando l'inserviente dell'ospedale Mauriziano aveva aperto per la prima volta quella mattina le porte del Laboratorio Analisi.
Un uomo con camice da dottore giaceva al centro della stanza, letteralmente svuotato delle sue viscere. L'assassino si era preso la briga di operare un taglio sull'addome e di estrarne minuziosamente tutto l'intestino per poi avvolgerglielo intorno al collo, come a volerlo impiccare con le sue stesse interiora.
E poi quell'inquietante scritta "P.S." ai piedi del cadavere, come se l'assassino, quel pazzo fottuto, avesse voluto aggiungere qualcosa. O forse era una firma.
Il commissario Luca Aniello guardava i suoi uomini entrare e poi immediatamente dopo uscire di corsa per andare a vomitasi l'anima nel bagno vicino.
Il RIS non era ancora arrivato ma non c'era alcun dubbio che fosse un omicidio, un fottuto omicidio, il secondo di questa settimana nella provincia di Torino, il secondo con una tale dose di sadismo, il secondo bagno di sangue.
Solo tre giorni prima infatti era dovuto andare in provincia, nel Canavese che tanto odiava, tra le fabbriche e quello schifoso dialetto piemontese, perché un fottuto malato di mente, forse lo stesso malato di mente, aveva prima gambizzato e poi ucciso l'istruttore di una palestra.
Aniello odiava il sangue, odiava gli omicidi e odiava i fottuti malati di mente, che lo tenevano lontano dal suo ufficio caldo e dalla macchinetta del caffè."

Questo l'inizio di "Blood" nuovo romanzo di Mario Chelvaso che promette di essere l'ennesimo successo editoriale dello scrittore piemontese. In un genere misto tra indagine poliziesca e critica sociale, seguiremo le avventure del commissario Aniello attraverso la provincia canavesana: la sua facciata perbenista, e i suoi loschi retroscena. In una girandola di personaggi e sospetti impareremo a dubitare di tutti e credere a nessuno: Mattia è davvero così buono? E davvero Matteo e Carlo giocavano a calcetto quella sera? E qual è il ruolo del santone Paolo e della sua setta? E perché Stefano è tornato dalla Germania proprio quella sera?

Quattrocento pagine di dubbi, per "il miglior thriller della storia".



Romina Savona

"La valle dell'Eden" di J. Steinbeck

Caino e Abele sono due fratelli. Caleb e Aron sono due fratelli. Adam e Charles sono due fratelli.
Ognuno di questi vive sotto il peso di uno storia già scritta: una storia di morte e di sofferenza, d'amore e di passione.
Il cuore del romanzo è tutto qui: la possibilità dell'uomo di fuggire da un destino evidente grazie al libero arbitrio.
La valle di Salinas è un Eden all'incontrario, dove Adam viene spinto da un demonio dagli occhi azzurri e i capelli biondi di una donna malvagia (la Kate - Cathy fisica rappresentazione dell'ineluttabilità del destino). Ad attenderlo c'è il tuttologo tuttofare Samuel Hamilton, con il suo accento irlandese, la sua famiglia numerosa, la sua Lisa tenacemente fedele alla Bibbia, la sua terra arida ed avara: è dal povero immigrato irlandese che sorge il dubbio riguardo la possibilità dell'uomo di scegliere il proprio destino.
Nodo risulto da Li, servo cantonese dall'infinita saggezza che porta la soluzione: l'uomo può scegliere la propria strada, può liberarsi dal peccato ma questo non è un obbligo o una certezza, ma una libertà che occorre conquistare giorno dopo giorno.
Steinbeck affianca la Bibbia per poi liberarsene superandola, sancendo la vittoria dell'uomo e della sua sofferenza sulla macchia del peccato. Un romanzo grande e potente, che affianca ad una narrazione rigorosa ed elegante momenti di altissima poesia: assolutamente tra i cinque più grandi romanzi del Novecento.