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domenica 26 febbraio 2012

Diario di un sociopatico.

Paziente C. K. - Giorno 27

A me se non restasse nulla della razza umana dopo di me non importerebbe molto: è il primo segnale che fa di una persona un sociopatico. Ma io non auguro del male all'umanità, semplicemente non me ne fotte un cazzo. Per dire, non spingerei mai una vecchietta giù per le scale e tantomeno la guarderei morta stecchita, magari con la testa quasi girata al contrario perché si è rotta l'osso del collo. Però non potrei dirmi sinceramente dispiaciuto di tutto questo.
L'altro giorno ho guardato un gatto morire. Esalava gli ultimi respiri dopo essere stato investito da un camion (ironia della sorte era un camion della Coop, probabilmente pieno di cibo per gatti) e io l'ho guardato negli occhi per cinque lunghissimi minuti. Non era spiaccicato, con le budella di fuori e con gli occhi fuori dalle orbite, era semplicemente disteso e stava per morire.
Volevo cogliere in quello sguardo da gatto il senso profondo della morte, della sua quantomeno. Moriva, io non potevo fare nulla. Nei suoi occhi non c'era né odio né tristezza. Solo ottusa paura. I suoi occhi piantati nei miei avevano solamente paura. Moriva senza un ultimo sforzo di dignità, senza tentare di rendere eroico quanto di più banale possa accadere ad un essere vivente: morire. Ho provato stima di quel gatto, filosoficamente aveva capito che senza il fondamentale passo del trapasso, la vita mancherebbe delle sue fondamenta, quella netta distinzione che la rende definibile, la morte. Senza un camion che ci stritoli le budella non saremmo mai vivi. Saremmo spettri mancanti della loro definizione.
Ho guardato il gatto morire. Poi l'ho lasciato lì, in mezzo alla strada, nel suo eroico sforzo di non rendere dignitoso quello che nasce banale.

giovedì 9 febbraio 2012

"Il giovane Holden"

-Sai cosa mi piacerebbe fare?- dissi. -Sai cosa mi piacerebbe fare? Se potessi fare quell'accidente che mi gira, voglio dire?
-Cosa? Smettila di bestemmiare.
-Sai quella canzone che fa "Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno"? Io vorrei...
-Dice "Se scendi tra i campi di segale e ti viene incontro qualcuno", - disse la vecchia Phoebe. -E' una poesia di Robert Burns.
-Lo so che è una poesia di Robert Burns.
Però aveva ragione lei. Dice proprio "Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno". Ma allora non lo sapevo.
Credevo che dicesse "E ti prende al volo qualcuno", - dissi -Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessuno grande, voglio dire, soltanto io. E sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.


Dopo che hai scritto questo non c'è nient'altro da aggiungere.
Non resta che ritirarsi nel New Hampshire, cambiare un po' di mogli e guardare film degli ani '40.

giovedì 2 febbraio 2012

La neve.

La neve è populista, perché cade su tutti, e poi è bianca in modo sospetto. Troppo bianca per non aver niente da nascondere.
Ad esempio quando case sulla mia macchina le ghiaccia tutto il vetro davanti, e io devo raschiarla via, congelandomi le mani. Poi riempie la strada e le macchine sbandano, i treni ritardano, uno della GTT deve stare sulle scale della metro per buttare il sale, e non ne ha voglia, così melo tira sui piedi e mi sporca tutte le scarpe. Scarpe che del resto sono tutte bagnate perché ho camminato nella neve, che finché sei bambino la neve ti piace un sacco perché ci puoi camminare e rimangono le impronte, puoi farci a pallate e volendo se ti ci stendi sopra ci puoi lasciare la tua impronta.
Che poi set scarpe non mi piacciono nemmeno molto, prima di tutto hanno la suola in gomma (e come dice Marco con la cravatta non puoi mettere le scarpe con la suola in gomma) e soprattutto perché sono quelle che metto col vestito quando vado a lavoro, dunque se porto queste scarpe, oggi bagnate, so che sto andando a lavoro, o che sto tornando e che quindi non ho tutta la giornata per me come quando ero bambino, c'era la neve e la scuola era chiusa.
Un giorno ho visto una ragazza bellissima sotto la neve, aveva la cuffia schiacciata sugli occhi e la sciarpa subito sotto il naso: forse non era bellissima, ma in quel momento era perfetta sotto la neve.
Sono scivolato e sono quasi caduto, una signora mi ha guardato, mi guardava già in metropolitana, alle persone non piacciono quelli che hanno la cravatta: è istintivo, hanno l'aspetto poco rassicurante di quelli che ti camminerebbero sopra se ti inciampassi davanti a loro, solo per non fare tardi a lavoro. Io non camminerei sopra a nessuno, ma del resto non sono nemmeno così buono, sono intrinsecamente stronzo come un po' tutti, e sono abbastanza certo che in questo la cravatta non abbia influito per niente. Per dire, non ho mai dato un centesimo ad un barbone ed odio davvero un sacco di persone. Odio tantissimo Fabio Volo, perché ha quell'aria da intellettuale di stocazzo, mentre trasuda stronzate anche stando zitto. Sciorina un sacco di banalità con tono da finto modesto, mentre invece si vede benissimo che sotto gongola e si sente un grandissimo genio. A Favio Volo piace sicuramente la neve, gli fa sicuramente venire in mente qualche ridicola stronzata romantica, di quelle che poi ne fa un bel collage e le mette tutte una dietro l'altra. Poi le chiama libro. E ne vende tanti. Mi hanno detto che sono invidioso: sono invidioso di un sacco di persone, ma non certo di Fabio Volo. Lui lo odio, e basta.
Dico che lo odio e sento già la paternale dei pervenisti, di quelli che non si devono odiare le persone. E perché mai? E' sacrosanto odiare gli altri, come è sacrosanto che gli altri odino noi. Mica voglio ucciderlo o gli auguro del male, semplicemente lo odio. Probabilmente se mi conoscesse lui odierebbe me. O forse gli starei del tutto indifferente, ha l'aia di uno che non si cura tropo delle persone, ma ci si riflette solo nelle pupille.
Cerco inutilmente di evitare i punti con la neve più alta, per fare in modo che le mie scarpe già abbastanza zuppe non si trasformino in vere e proprie pozze d'acqua. Da bambino tornavo sempre a casa coi piedi bagnati, ero dannatamente maldestro, come ora. Ho sempre l'aria di chi sia fuori posto, ma non troppo come un punkettone alla Scala di Milano, solo di un po', quel tanto da farmi sempre un po' stonare rispetto a quello che mi circonda. Succede anche coi vestiti, mai che mi calzino bene, sembrano sempre rubati a qualcun'altra che li avrebbe portati sicuramente meglio. Ho fatto sempre molto lo spiritoso, nonostante abbia un animo decisamente propenso al melodramma. Affronto però la vita sorridendo, pensando che tutto sommato sarebbe peggio essere morto. Cosa che ho davvero rischiato di essere quando prima ho attraversato la strada senza guardare e una signora alla guida del suo SUV mi ha quasi investito.
A volte immagino di essere uno di quelli che sanno fare colpo sulle ragazze. Quando in metro sollevo la testa dal libro immagino la vita di un uomo fascinoso, calamita di sguardi.
Io un pizzico di attenzione me la sudo, forse è per quello che alla fine ottengo sempre un'attenzione scadente, perché non spontanea ma forzata.
Domani e venerdì e non metterò la cravatta, un signora sui cinquant'anni guardandomi assorto nella lettura penserà che sono un bravo ragazzo, una ragazzetta che sono uno sfigato, il signore difianco che potrei spostare il gomito che gli sto piantando nella schiena.
La neve non mi piace più, e forse a pensarci bene non mi piaceva neanche da bambino, ero scarso a palle di neve e mi dava fastidio camminare con quegli orribili stivali imbottiti. Aspetterò l'estate per poter odiare un po' anche il sole.