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domenica 26 febbraio 2012

Diario di un sociopatico.

Paziente C. K. - Giorno 27

A me se non restasse nulla della razza umana dopo di me non importerebbe molto: è il primo segnale che fa di una persona un sociopatico. Ma io non auguro del male all'umanità, semplicemente non me ne fotte un cazzo. Per dire, non spingerei mai una vecchietta giù per le scale e tantomeno la guarderei morta stecchita, magari con la testa quasi girata al contrario perché si è rotta l'osso del collo. Però non potrei dirmi sinceramente dispiaciuto di tutto questo.
L'altro giorno ho guardato un gatto morire. Esalava gli ultimi respiri dopo essere stato investito da un camion (ironia della sorte era un camion della Coop, probabilmente pieno di cibo per gatti) e io l'ho guardato negli occhi per cinque lunghissimi minuti. Non era spiaccicato, con le budella di fuori e con gli occhi fuori dalle orbite, era semplicemente disteso e stava per morire.
Volevo cogliere in quello sguardo da gatto il senso profondo della morte, della sua quantomeno. Moriva, io non potevo fare nulla. Nei suoi occhi non c'era né odio né tristezza. Solo ottusa paura. I suoi occhi piantati nei miei avevano solamente paura. Moriva senza un ultimo sforzo di dignità, senza tentare di rendere eroico quanto di più banale possa accadere ad un essere vivente: morire. Ho provato stima di quel gatto, filosoficamente aveva capito che senza il fondamentale passo del trapasso, la vita mancherebbe delle sue fondamenta, quella netta distinzione che la rende definibile, la morte. Senza un camion che ci stritoli le budella non saremmo mai vivi. Saremmo spettri mancanti della loro definizione.
Ho guardato il gatto morire. Poi l'ho lasciato lì, in mezzo alla strada, nel suo eroico sforzo di non rendere dignitoso quello che nasce banale.

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