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venerdì 23 marzo 2012

A Londra si vive meglio.

A Londra si vive meglio che a Forno Canavese. Quasi dappertutto si vive meglio che a Forno Canavese.
Io ad esempio ci vivo male a Forno, un po' perché lavoro lontano e un po' perché alla fine rimane sempre il solito paese di merda, pieno di gente di merda: come me.
Eppure c'è un sottile piacere ogni mattina fare la stessa strada che facevi da bambino sognando di essere grande: il mondo da adulti per un bambino è irreale, ci si immagina più grandi ma nulla intorno è cambiato. Ad esempio ero convinto da grande di guidare una Tipo.
Poi quella strada è anche la stessa che facevi a sedici anni quando sognavi di non farla mai più, di scappare lontano, a Londra per esempio. Lo sognavi su un pullman che puzzava di ascelle e di ormoni, lo sognavi tra le ette della tua compagna di classe e il compito di latino.
La stessa strada che quando scendi a Rivara le mattine di primavera un sole terribile ti si conficca dritto negli occhi, a ricordarti che non è un bel mondo dove viviamo, e che se è stato fatto a misura di qualcuno quel qualcuno non sei te.
Eppure il mio paese in salita, dove tutti si conoscono e tutti, cordialmente, si odiano, nato da fabbriche dove si è vissuta sulla pelle la differenza tra operaio e padrone, per me rimane qualcosa per cui combattere. Combattere perché è un posto come questo che ti da la possibilità di vedere il mondo da un'ottica diversa. Fuori dal flusso degli eventi, fuori da mode e mondanità.
Per dirla in parole povere: a Forno non succede mai un cazzo.
Nelle grandi città, succedono tantissime ed interessantissime cose, si vive una vita piena perché si fa apericena e si vive nel quartiere giusto e si esce con una modella, un negro che fa il buttafuori e un gay dichiarato che chiama amorino i suoi amici. Io resto invece nel mio centro dell'uragano a guardare il mondo che gira attorno. Non ballo perché non ne ho voglia e perché trovo questa necessità di partecipare al grande flusso dell'inutile storia dell'umanità assolutamente noioso. Scriviamo storie e creiamo mode per raccontarcele, sperando che in qualche modo nel mondo rimanga una traccia di noi.
Di Forno Canavese non rimarrà traccia: scomparirà come i dinosauri. Saranno tutti a Londra, o a Parigi quel giorno. Ad un vernissage in cui vengono serviti vini e formaggi tipici. Forno scomparirà in silenzio, come un rutto scompare nel vento. Senza grazia. Non avrà foto color seppia ad immortalare i suoi scorci tipici. Nessuno si sarà mai innamorato sulle sue strada, perlomeno di quell'amore mondano che regala Parigi e nessun artista gli dedicherà un quadro.
Via dalla faccia della terra. Come una bestemmia rabbiosa, l'addio di un mondo che scompare.
Lo riscopriranno anni dopo, figli di papà con la puzza sotto il naso rimpiangeranno ai tavolini di un bar la vita bucolica canavesana, ma poi il discorso cadrà perché un nuovo taglio di capelli o un nuovo tipo di foulard li avrà distratti.
Ecco, la mia vita la voglio sprecare in un'ansa della storia, a guardare gli altri correre intorno a me. Io mi tengo Forno, nonostante sia in salita e nonostante le processioni sotto le finestre di casa. Nonostante sia brutta e nonostante sia abitata.
Forno se ne fotte del mondo. Io me ne fotto del mondo. Come rappresagli, perché lui se ne fotte di me.

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