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venerdì 11 ottobre 2013

James Dean.

"Conosco uno che un giorno ha cantato con Richard Ashcroft."
Iniziava sempre così la sua storia. Alcune ragazze bionde e dai seni duri e gonfi la conoscevano ormai a memoria. Si metteva a fianco del bancone del bar e non si lasciava scappare nessuna preda.
Scavato in volto, portava estate ed inverno sempre la solita divisa: camicia scura leggermente sbottonata, pantaloni eleganti neri leggermente sgualciti e un paio di scarpe nere lucide con la suola di cuoio.
Cazzo, come scivolava dentro e fuori dal locale. La suola in cuoio gli permetteva ingressi e uscite di gran classe.
Non pagava l'ingresso: era ormai pezzo dell'arredamento, entrava e dava il via alle attività del locale.
Non pagava da bere: un martini ad inizio serata e una birra ghiacciata a metà. Nient'altro. Ogni giovedì, venerdì e sabato sera. Io al bancone glieli passavo, all'inizio sottobanco, per il terrore di perdere il posto e dover rinunciare alla mia villetta in affitto fuori città. ma poi con un sorriso e cenno d'assenso del proprietario con il suo occhio storto e il suo dente d'oro. Ero

Il copione era sempre lo stesso.
Sguardo languido. Cosa stai bevendo?. Richard Ashcroft. Come non sai chi è Richard Ashcroft. Accenno di Bitter Sweet Symphony. Dio quanto sei giovane. Ciao è stato un piacere. Fruscio di gambe e gonna. Ultimo sguardo ai fianchi.
Dieci, quindici ragazze a serata. Mai che gli andasse bene.
La maggior parte lo conoscevano per racconti di amici o amiche: si fermavano divertite, con quella cattiveria che solo chi è giovane e convinto di esserlo per sempre può avere, poi stufe del loro gioco lo lasciavano lì tornando a discutere di come "David Foster Wallace è assolutamente lo scrittore più influente di questo secolo" oppure ad esercitarsi a stroncare band idolatrate fino al giorno prima.
A volte la fortuna, per me, girava e avevo possibilità di vederlo alle prese con una preda fresca, ingenua. Vedevo negli occhi di lei la diffidenza, poi la paura ed infine un leggero sconforto. Ma lui era fantastico, gioiva della sua performance, si gustava ogni piccola reazione nel volto di lei, i piccoli movimenti del suo corpo. Sembrava godere, più che per la possibile conclusione positiva del corteggiamento (occorre dire vergognosamente remota), delle reazioni dell'altra persona. Si nutriva di quei pezzetti di vita, quei minuscoli momenti in cui riusciva a deviare la vita della preda dal tracciato ben delineato della routine della 'serata tra amici'.

Non conoscevo il suo nome, nessuno lo conosceva. Era un'informazione del tutto superflua: non era di certo lì per farsi degli amici o quattro chiacchere. Aveva uno scopo, ed ogni sera si atteneva al suo piano con severa costanza. Se non fosse del tutto fuori luogo per il personaggio oserei dire monacale.
Nessuno sapeva da dove venisse o dove andasse quando non era al locale. Lo indovinavamo, però in un monolocale polveroso a specchiarsi il volto scavato in uno specchio sporco ripensando alla sua vita e chiedendosi come avrebbe passato la sua giornata. Uno di quei divi dannati del cinema americano, il nostro James Dean. Ci ritrovavamo a chiamarlo così, James. Spesso anche davanti a lui, che però non si scomponeva, del tutto insensibile a noi e a tutto quanto gli stava intorno.
La nostra passione per lui, col passere dei mesi era diventata morbosa, cercavamo di intuire qualunque cambiamento che potesse darci un suggerimento su chi fosse: cantante caduto in rovina, chitarrista rovinato dai debiti, scrittore maledetto, amico intimo di Richard Ashcroft. Ci chiedevamo, persino, se quella storia fosse vera. Ci sembrava di vederlo in un fumoso locale londinese sul palco assieme ai The Verve, una volta da cantante, l'altra da chitarrista, alcuni, i più fantasiosi, lo immaginavano voce e chitarra.
Avrei voluto seguirlo, sapere, capire, ma ero troppo preso a fare i miei due lavori giornalieri e a risparmiare qualche soldo per trasferirci in quella bella villetta fuori città. Lo dovevo soprattutto a lei, a quello che le avevo fatto passare e ai sacrifici fatti. Via dalla città rumorosa. I miei colleghi, invece, erano troppo timorosi e non osavano seguire James, vi stupireste se scopriste quanto possono essere timorosi e bigotti i personaggi baldanzosi che tanto ammirate nei vostri locali preferiti.

Una sera, poi, dopo il lavoro al supermarket non vado direttamente al locale. Ho deciso, vado e affitto la maledetta casa. Torno a casa col contratto bello firmato e facciamo l'amore, pronti per la nostra vita nuova e felice.
Sono le 18.00 il locale apre tra un ora, suono il campanello trafelato con lo sguardo fisso sull'orologio: non posso tardare.
Mi apre la porta un signore di mezza età in completo elegante blu, la cravatta leggermente disfatta.
"Buonasera, sono qui" mi interrompo, lo guardo, lui abbassa lo sguardo. James. "Ne parli pure con mia moglie." Mi sfreccia a lato sa che non parlerò: ha con se una borsa da palestra.
Una bella signora mora e minuta mi fa accomodare e si scusa per il marito e la sua passione per la palestra. Si sposteranno in una casa più grande, che in questa si sta stretti con due figli.
Firmo il contratto, con una grafia irriconoscibile, la mano mi trema. Saluto la gentile signora, mi scuso per la fretta ma devo tornare a lavoro.
Quando entro non c'è nessuno al bancone. James? Oggi non è venuto. Capisco.
Capisco.

lunedì 24 giugno 2013

Dario.

Uscivamo sempre in coppia a rimorchiare.
Dario era bello, nel modo naturale e semplice di chi quella bellezza se la porta dietro fin dalla nascita. In più aveva il dono del carisma. Difficile spiegare precisamente in cosa consistesse quella sua qualità. Fluida. Gli permetteva di essere sempre il centro esatto dell'attenzione, come in un tornado era nel punto di maggior calma e da quello gestiva la conversazione con saggezza e maestria.
Non credo sapesse di avere questo dono: per lui era semplicemente "essere Dario".
Io dal canto mio vantavo un discreto repertorio di aneddoti divertenti e, soprattutto, vivevo della sua luce riflessa. La sua sola vicinanza mi faceva splendere di una luce particolare, così che anche io risultavo interesante.
E' incredibile quante ragazze non aspettino altro che essere abbindolate da una parlantina brillante e da cocktails eccessivamente alcolici.
Il nostro territorio di caccia (usavamo un gergo davvero terribile) era la zona di San Salvario, quello che si potrebbe definire, per utilizzare un'espressione da notiziario televisivo, il centro della movida torinese.
La ragazza tipo che si poteva incontrare era la studentessa-universitaria-alternativa, vestita con magliette di qualche gruppo sconosciuto, poco seno (eravamo stupiti di come la crescita ghiandolare fosse così frenata dal finto anticonformismo), capelli con tagli stravaganti, troppi soldi in tasca a denotarne, immancabilmente, l'estrazione borghese. Il ragazzo tipo non esisteva, o almeno non riuscivamo ad identificarlo: si andava dal ragazzo-alternativo-suono-col-mio-gruppo al porto-la-cravatta-sciupata-perché-odio-il-sistema; ma del resto non era certo per loro che raggiungevamo la zona a bordo di un rumorosissimo tram 16, perché si poteva salire senza fare il biglietto.
Entrati nel locale scrutavamo il territorio, con in mano i nostri cocktail: tempo dieci minuti e leprede erano già state identificate e Dario si preparava alla danza, incredibilmente naturale per lui, dell'avvicinamento.
-Cosa studi? -Ma dai, non ci crederai mai ma anche una mia amica segue lo stesso corso -No, le lettere non hanno mai fatto per me, però ho letto David Foster Wallace -Si, anche secondo me la condizione delle donne in medioriente è deprecabile -Davvero dici che non dovrei tagliarli? Tutti i fine settimana mia nonna mi dice che sono sciupato -No non faccio palestra ma corro tutte le sere, mi aiuta a distendermi
Dopo mezzora di convenevoli le due prede pendevano dalle labbra di Dario. Io, da buona spalla, inframmezzavo con qualche aneddoto divertente, come di quella volta che ho bevuto da una bottiglia pensando fosse acqua invece era grappa.
Risate. -Ragazzi, siete davvero simpatici.
Poi arrivava il momento fatidico, la mossa, il culmine degli sforzi di circa un'ora di conversazione e quasi un'intera giornata del mio stipendio spesa in cocktail, l'invito a casa. Qui la maestria di Dario era insuperabile, impossibile riportare a parole l'insieme di gesti e parole con cui convinceva le due ragazze a seguirci verso il nostro appartamento. Ed eccoci nuovamente sul tram 16: il più delle volte a questo punto mi lanciavo in qualche considerazione ardita su Baudelaire o sulla situazione politica mondiale. Mi era concesso, ormai non potevo più rovinare la serata.
Il momento meno elegante era quando si entrava in casa e ognuno prendeva la via della propria camera, con la scusa di fa ascoltare qualche nuovo gruppo indie. Mi feriva leggermente leggere negli occhi della ragazza adagiata sul mio letto la delusione di essere riuscita sconfitta, di essersi dovuta accontentare dello scarto.
Ecco, il sesso era la parte meno interessante della conquista: meccanico, vuoto. Un semplice scambio di fluidi, come la firma su di un contratto: ci avete rimorchiate. Un talloncino in più per noi.
Molte la mattina scappavano all'alba, altre si attardavano fino alla colazione, volevano per loro ancora un pezzetto di Dario, volevano illuminarsi ancora con la sua luce. Io ero triste e svuotato, mi sembrava di aver commesso un delitto a vederle la mattina dopo. Dario, al contrario, era splendente: perfetto anche al momento dell'addio.
Era una regola, non dovevamo rivederle. "Bisogna ributtare la trota nel fiume" era il nostro motto.
Mesi spesi così, mesi di cui ho perso il conto, come del resto sono svaniti i ricordi delle ragazze che transitavano nel nostro appartamento. Dario, invece, le ricordava tutte. Le mie avventure erano per lui intere storie d'amore: regalava ad ognuna di loro tutto se stesso per il tempo che passavano assieme, non negando nulla, da innamorato pazzo. Ricordava i nomi, il colore dei capelli, ricordava il rossore al momento in cui si sfilavano i vestiti, persino un improbabile tatuaggio a forma di tartaruga poco sotto l'ombelico. Libri, commenti ai film: con ognuna di loro viveva la gioia del primo incontro, la delusione dell'addio e la serenità della mattina in cui ti svegli e capisci che il peggio è passato e la stai dimenticando.
Era estate quando un lunedì non è tornato all'appartamento, bucando sia la nostra uscita che un pranzo con amici che tornavano da un anno di studio all'estero. Quella sera ero uscito, ma senza di lui non era lo stesso: avevo rimediato una discreta sfilza di due di picche, e anche una multa dal controllore sul tram per il rientro.
Davanti al portone dell'appartamento c'era la madre di Dario: ero sinceramente dispiaciuto che mi vedesse così imbruttito dai cocktail che non avevo diviso con nessuna ragazza-indie.
Dario si era sparato un colpo di fucile in faccia la domenica sera. Non aveva lasciato nessun biglietto, niente che spiegasse il motivo. Sua madre me lo disse come un telegramma e sparì nella notte torinese.
Eravamo anche noi come due ragazze il giorno dopo. Cambiate e con la certezza di non rivederlo..

domenica 16 giugno 2013

Il giovane Holden.

Ultime dieci righe de "Il giovane Holden".
Forse le dieci righe più belle del '900 in America.

D. B. mi ha chiesto che cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi.
Non ho saputo che accidente dirgli. Se proprio volete saperlo, non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po' la mancanza di tutti quelli con cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledettissimo Maurice. E' buffo.  Non raccontate mai niente a nessuno.
Se lo fate finisce che sentite la mancanza di tutti.

mercoledì 22 maggio 2013

Dedica.

A chi porta le sopracciglia folte perché anche Kate.
A chi gioca a calcetto e non è capace e ti riempie le gambe di calci.
A chi mangia tanto e non ingrassa.
A chi ha la macchina più bella della mia e mi svernicia sulla quattroesessanta.
A chi non si mangia le unghie.
A chi è sempre alla moda, pure si portassero le mutande sui pantaloni.
A chi è una ragazzina di sedici anni e ha della propria verginità un ricordo lontano.
A chi si accorcia la barba.
A chi piace andare in palestra.
A chi pensa che si possa essere cattolici e di sinistra.
A chi "Enrico Letta è una brava persona".
A chi saluta Don Gallo.
A chi apprezza la vivace e brillante scrittura di Saviano.
A chi ascolta Gramellini.
A chi guarda Fazio e il suo ospite "che è tutta la vita che sogno d'incontrare".
A chi legge libri di merda.
A chi pensa che siano i Rumeni a rigargli la macchina.
A chi trentunosulcampo e vivalagiuvve.
A chi non invidia gli altri perché è soddisfatto di se stesso.
A chi quando passa per la strada le ragazze si girano.
A chi fa il nodo alla cravatta al primo colpo. Oplà.
A chi ascolta musica impegnata a favore dell'Unganda dal suo iPod.
A chi prende i mezzi pubblici e dieci aerei l'anno.
A chi pensa che Tim Burton sia un grande regista.
A chi non augura la morte a nessuno.
A chi non insulta quel gobbo bastardo e mafioso di Andreotti.
A chi si stava meglio ai tempi del Duce.
A chi è Capezzone.
A chi pensa che Obama sia un politico di sinistra.
A chi è un Ministro ed è convinto che nella scuola serva più sport invece che più matematica.
A chi insegna informatica, inglese, pallavolo, pallamano, disegno, intervallo in una scuola elementare.
A chi non è presuntuoso e "morirei perché tu possa esprimere la tua idea".
A chi è bella e esce solo con gente bella.
A chi sabato sera beve come una spugna per dimenticare la sua vita di merda.
A chi la vita di merda la dimentica sentendosi migliore degli altri.

domenica 10 marzo 2013

"Follia" di Patrick McGrath.

Stella è bella, bionda, con la pelle pallidissima.
Edgar è un artista pazzo e uxoricida rinchiuso nel manicomio in cui Max, il marito di Stella, lavora.
Peter è uno psichiatra: aveva in cura Edgar, ha in cura Stella. E racconta la storia del loro amore folle, fisico, violento, totalizzante.
Charlie è il figlio di Stella e Max, un bambino con la passione degli stagni.

Stella e Edgar si amano ovunque, con folle voracità: poi Edgar scappa e Stella lo segue.
Follia, sesso, passione, violenza: è il ribaltamento dell'amore romantico, il suo lato malato e folle.
Stella non è una ragazzina ed Edgar non è il principe azzurro: così tutto si sgretola intorno a loro, facendo emergere come un totem la loro storia d'amore malata.

Il libro è fisico: la sofferenza, l'eccitazione ti entrano dentro.
Non vi è immedesimazione nella protagonista, ma è totale quella con l'amore folle tra lei ed Edgar.
Poi c'è tutto il resto, il contorno, quello che Stella vive con noia ed apatia, fino all'atto terribile che porta al suo internamento.

Una storia di amore e di follia, di amore quindi follia.

E poi chi dice che Stella sia stata davvero sincera?

martedì 19 febbraio 2013

Lei.

Guardava con invidia il corpo scolpito del suo amico.
Muscoli tonici. Pelle liscia e leggermente abbronzata. Barba incolta. Mascella mascolina e pomo d'Adamo prominente.

Poi il suo. Molliccio è la prima parola che gli viene in mente. Impiegatuccio la seconda. Sfigato forse è il termine migliore.

Come non capirla: in fin dei conti l'aveva sempre saputo. Troppo bella per stare con uno come lui.

La partita di calcio a cinque era appena finita, dieci uomini sudati e con lo sguardo appannato per la stanchezza e per il vapore caldo che esce dal vano doccia. Uomini vitali, corpi pronti allo sforzo fisico.
Bastava non pensarci. Lei. Lui. Lui con quei muscoli così ben torniti: non un corpo flaccido a muoversi su di lei, contro di lei. Lei con la pelle leggermente sudata, quella pelle che lo faceva impazzire, che aveva creduto solo sua.

Aveva fatto due gol. Caso raro. Agli impiegatucci con la pancia e la padronanza tecnica di uno scimpanzè ubriaco il dio del calcio non concede spesso il piacere di segnare. Scontato sottolinearlo, ma non aveva potuto festeggiare. Non con quel peso nel cuore. Lui sorrideva giocando. La vita sorrideva a lui. Alla massa muscolare perfettamente bilanciata, alla massa grassa inesistente, ai tendini tesi nello sforzo , ai capelli scompigliati e alla fronte imperlata di sudore.

I muscoli doloranti, intorno il caotico vortice di dieci uomini che si lavano e si cambiano. Parlavano delle loro conquiste. Sperava intensamente, che lui, l'amico, il giuda, non dicesse nulla. Solo il silenzio poteva permettere alla sua anima in tormento di non esplodere, di non polverizzare uomini, spogliatoio, campo porte ed edifici attigui. Il silenzio. Non aveva parlato.

Sapeva, lo leggeva nei loro sguardi, poi lei aveva confessato. Lui si era arrabbiato molto.
Erano passate poche ore eppure sembrava fossero passata una vita intera.
Lei, con quelle poche parole aveva cancellato tutto: ricordi e sogni. Tutto era stato sostituito da un fondo nero. La guardava e vedeva una sconosciuta, ogni punto del suo corpo contaminato da un virus terribile. Disgusto.
Vedeva ancora nel fondo dei suoi occhi il riflesso di un altro: la levigata banalità dei suoi muscoli, del suo ritmo, della passione e dell'eccitazione del tradimento. Vedeva lei e lo sguardo disperato che gli lanciava mentre le sue mani si stringevano sempre più strette attorno al suo collo. L'amava con tanto più vigore tanto il suo respiro inciampava. Le diceva quanto l'avesse amata, mentre lei muta implorava il suo perdono. Le ricordava momenti felici assieme mentre le labbra di lei mimavano pietà, ormai esangui.
Era caduta, poi. Morta, finalmente purificata da quel terribile delitto che aveva commesso. Aveva ucciso il suo amore, per pulirla da quell'errore, sarebbe ora tornata ad essere l'innocente bambina che aveva amato fin dal primo giorno, il suo amore. Per sempre.

Vestiti si stavano trascinando fuori dallo spogliatoio. Spicca tra la massa il capello accuratamente spettinato di uno ed il volto ancora smodatamente arrossato dell'altro. Uno ha perso una donna, l'altro ha appena ritrovato la sua.
Sotto il cavalcavia non la troveranno mai. Solo lui saprà, perché solo lui può amarla davvero.

lunedì 11 febbraio 2013

American Dust di R. Brautigan

Cento pagine.

E' il racconto lungo / romanzo breve di un gesto, un semplice gesto: attraversare un piccolo lago per andare a vedere una coppia enorme che scarica un intero salotto per pescare pescegatti.

In mezzo a quel gesto di un ragazzino di dodici anni ci passa tutta una vita: una vita impolverata, e che come polvere svanirà nel vento.
Negli occhi del bambino ci sono quelli di una generazione, gli hippies sconfitti, loro che guardavano la vita e ne coglievano a fondo la bellezza, loro ch sceglievano di non mangiare gli hamburger, totem simbolico dell'America piccolo borghese.
Poi volendo c'è una madre, un vecchio trentacinquenne ubriacone, un molo piccolo e perfetto, odore di gas, bambini che mettono sempre le biciclette sotto il portico.
Ma loro sono la polvere, sono quanto è andato e andrà perso. L'hippy ammette la sconfitta, rinnega la scelta, si pente di non aver mangiato l'hamburger.

Finisce tutto con un colpo di fucile, o forse inizia, che senza il colpo di fucile non ci sarebbe stata nessuna storia.
Un bellissimo romanzo sulla sconfitta e sulla melanconia, e sul mondo che non è fatto a misura di occhi che della vita riescono a cogliere solo il bello.