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martedì 19 febbraio 2013

Lei.

Guardava con invidia il corpo scolpito del suo amico.
Muscoli tonici. Pelle liscia e leggermente abbronzata. Barba incolta. Mascella mascolina e pomo d'Adamo prominente.

Poi il suo. Molliccio è la prima parola che gli viene in mente. Impiegatuccio la seconda. Sfigato forse è il termine migliore.

Come non capirla: in fin dei conti l'aveva sempre saputo. Troppo bella per stare con uno come lui.

La partita di calcio a cinque era appena finita, dieci uomini sudati e con lo sguardo appannato per la stanchezza e per il vapore caldo che esce dal vano doccia. Uomini vitali, corpi pronti allo sforzo fisico.
Bastava non pensarci. Lei. Lui. Lui con quei muscoli così ben torniti: non un corpo flaccido a muoversi su di lei, contro di lei. Lei con la pelle leggermente sudata, quella pelle che lo faceva impazzire, che aveva creduto solo sua.

Aveva fatto due gol. Caso raro. Agli impiegatucci con la pancia e la padronanza tecnica di uno scimpanzè ubriaco il dio del calcio non concede spesso il piacere di segnare. Scontato sottolinearlo, ma non aveva potuto festeggiare. Non con quel peso nel cuore. Lui sorrideva giocando. La vita sorrideva a lui. Alla massa muscolare perfettamente bilanciata, alla massa grassa inesistente, ai tendini tesi nello sforzo , ai capelli scompigliati e alla fronte imperlata di sudore.

I muscoli doloranti, intorno il caotico vortice di dieci uomini che si lavano e si cambiano. Parlavano delle loro conquiste. Sperava intensamente, che lui, l'amico, il giuda, non dicesse nulla. Solo il silenzio poteva permettere alla sua anima in tormento di non esplodere, di non polverizzare uomini, spogliatoio, campo porte ed edifici attigui. Il silenzio. Non aveva parlato.

Sapeva, lo leggeva nei loro sguardi, poi lei aveva confessato. Lui si era arrabbiato molto.
Erano passate poche ore eppure sembrava fossero passata una vita intera.
Lei, con quelle poche parole aveva cancellato tutto: ricordi e sogni. Tutto era stato sostituito da un fondo nero. La guardava e vedeva una sconosciuta, ogni punto del suo corpo contaminato da un virus terribile. Disgusto.
Vedeva ancora nel fondo dei suoi occhi il riflesso di un altro: la levigata banalità dei suoi muscoli, del suo ritmo, della passione e dell'eccitazione del tradimento. Vedeva lei e lo sguardo disperato che gli lanciava mentre le sue mani si stringevano sempre più strette attorno al suo collo. L'amava con tanto più vigore tanto il suo respiro inciampava. Le diceva quanto l'avesse amata, mentre lei muta implorava il suo perdono. Le ricordava momenti felici assieme mentre le labbra di lei mimavano pietà, ormai esangui.
Era caduta, poi. Morta, finalmente purificata da quel terribile delitto che aveva commesso. Aveva ucciso il suo amore, per pulirla da quell'errore, sarebbe ora tornata ad essere l'innocente bambina che aveva amato fin dal primo giorno, il suo amore. Per sempre.

Vestiti si stavano trascinando fuori dallo spogliatoio. Spicca tra la massa il capello accuratamente spettinato di uno ed il volto ancora smodatamente arrossato dell'altro. Uno ha perso una donna, l'altro ha appena ritrovato la sua.
Sotto il cavalcavia non la troveranno mai. Solo lui saprà, perché solo lui può amarla davvero.

lunedì 11 febbraio 2013

American Dust di R. Brautigan

Cento pagine.

E' il racconto lungo / romanzo breve di un gesto, un semplice gesto: attraversare un piccolo lago per andare a vedere una coppia enorme che scarica un intero salotto per pescare pescegatti.

In mezzo a quel gesto di un ragazzino di dodici anni ci passa tutta una vita: una vita impolverata, e che come polvere svanirà nel vento.
Negli occhi del bambino ci sono quelli di una generazione, gli hippies sconfitti, loro che guardavano la vita e ne coglievano a fondo la bellezza, loro ch sceglievano di non mangiare gli hamburger, totem simbolico dell'America piccolo borghese.
Poi volendo c'è una madre, un vecchio trentacinquenne ubriacone, un molo piccolo e perfetto, odore di gas, bambini che mettono sempre le biciclette sotto il portico.
Ma loro sono la polvere, sono quanto è andato e andrà perso. L'hippy ammette la sconfitta, rinnega la scelta, si pente di non aver mangiato l'hamburger.

Finisce tutto con un colpo di fucile, o forse inizia, che senza il colpo di fucile non ci sarebbe stata nessuna storia.
Un bellissimo romanzo sulla sconfitta e sulla melanconia, e sul mondo che non è fatto a misura di occhi che della vita riescono a cogliere solo il bello.