Pagine

lunedì 24 giugno 2013

Dario.

Uscivamo sempre in coppia a rimorchiare.
Dario era bello, nel modo naturale e semplice di chi quella bellezza se la porta dietro fin dalla nascita. In più aveva il dono del carisma. Difficile spiegare precisamente in cosa consistesse quella sua qualità. Fluida. Gli permetteva di essere sempre il centro esatto dell'attenzione, come in un tornado era nel punto di maggior calma e da quello gestiva la conversazione con saggezza e maestria.
Non credo sapesse di avere questo dono: per lui era semplicemente "essere Dario".
Io dal canto mio vantavo un discreto repertorio di aneddoti divertenti e, soprattutto, vivevo della sua luce riflessa. La sua sola vicinanza mi faceva splendere di una luce particolare, così che anche io risultavo interesante.
E' incredibile quante ragazze non aspettino altro che essere abbindolate da una parlantina brillante e da cocktails eccessivamente alcolici.
Il nostro territorio di caccia (usavamo un gergo davvero terribile) era la zona di San Salvario, quello che si potrebbe definire, per utilizzare un'espressione da notiziario televisivo, il centro della movida torinese.
La ragazza tipo che si poteva incontrare era la studentessa-universitaria-alternativa, vestita con magliette di qualche gruppo sconosciuto, poco seno (eravamo stupiti di come la crescita ghiandolare fosse così frenata dal finto anticonformismo), capelli con tagli stravaganti, troppi soldi in tasca a denotarne, immancabilmente, l'estrazione borghese. Il ragazzo tipo non esisteva, o almeno non riuscivamo ad identificarlo: si andava dal ragazzo-alternativo-suono-col-mio-gruppo al porto-la-cravatta-sciupata-perché-odio-il-sistema; ma del resto non era certo per loro che raggiungevamo la zona a bordo di un rumorosissimo tram 16, perché si poteva salire senza fare il biglietto.
Entrati nel locale scrutavamo il territorio, con in mano i nostri cocktail: tempo dieci minuti e leprede erano già state identificate e Dario si preparava alla danza, incredibilmente naturale per lui, dell'avvicinamento.
-Cosa studi? -Ma dai, non ci crederai mai ma anche una mia amica segue lo stesso corso -No, le lettere non hanno mai fatto per me, però ho letto David Foster Wallace -Si, anche secondo me la condizione delle donne in medioriente è deprecabile -Davvero dici che non dovrei tagliarli? Tutti i fine settimana mia nonna mi dice che sono sciupato -No non faccio palestra ma corro tutte le sere, mi aiuta a distendermi
Dopo mezzora di convenevoli le due prede pendevano dalle labbra di Dario. Io, da buona spalla, inframmezzavo con qualche aneddoto divertente, come di quella volta che ho bevuto da una bottiglia pensando fosse acqua invece era grappa.
Risate. -Ragazzi, siete davvero simpatici.
Poi arrivava il momento fatidico, la mossa, il culmine degli sforzi di circa un'ora di conversazione e quasi un'intera giornata del mio stipendio spesa in cocktail, l'invito a casa. Qui la maestria di Dario era insuperabile, impossibile riportare a parole l'insieme di gesti e parole con cui convinceva le due ragazze a seguirci verso il nostro appartamento. Ed eccoci nuovamente sul tram 16: il più delle volte a questo punto mi lanciavo in qualche considerazione ardita su Baudelaire o sulla situazione politica mondiale. Mi era concesso, ormai non potevo più rovinare la serata.
Il momento meno elegante era quando si entrava in casa e ognuno prendeva la via della propria camera, con la scusa di fa ascoltare qualche nuovo gruppo indie. Mi feriva leggermente leggere negli occhi della ragazza adagiata sul mio letto la delusione di essere riuscita sconfitta, di essersi dovuta accontentare dello scarto.
Ecco, il sesso era la parte meno interessante della conquista: meccanico, vuoto. Un semplice scambio di fluidi, come la firma su di un contratto: ci avete rimorchiate. Un talloncino in più per noi.
Molte la mattina scappavano all'alba, altre si attardavano fino alla colazione, volevano per loro ancora un pezzetto di Dario, volevano illuminarsi ancora con la sua luce. Io ero triste e svuotato, mi sembrava di aver commesso un delitto a vederle la mattina dopo. Dario, al contrario, era splendente: perfetto anche al momento dell'addio.
Era una regola, non dovevamo rivederle. "Bisogna ributtare la trota nel fiume" era il nostro motto.
Mesi spesi così, mesi di cui ho perso il conto, come del resto sono svaniti i ricordi delle ragazze che transitavano nel nostro appartamento. Dario, invece, le ricordava tutte. Le mie avventure erano per lui intere storie d'amore: regalava ad ognuna di loro tutto se stesso per il tempo che passavano assieme, non negando nulla, da innamorato pazzo. Ricordava i nomi, il colore dei capelli, ricordava il rossore al momento in cui si sfilavano i vestiti, persino un improbabile tatuaggio a forma di tartaruga poco sotto l'ombelico. Libri, commenti ai film: con ognuna di loro viveva la gioia del primo incontro, la delusione dell'addio e la serenità della mattina in cui ti svegli e capisci che il peggio è passato e la stai dimenticando.
Era estate quando un lunedì non è tornato all'appartamento, bucando sia la nostra uscita che un pranzo con amici che tornavano da un anno di studio all'estero. Quella sera ero uscito, ma senza di lui non era lo stesso: avevo rimediato una discreta sfilza di due di picche, e anche una multa dal controllore sul tram per il rientro.
Davanti al portone dell'appartamento c'era la madre di Dario: ero sinceramente dispiaciuto che mi vedesse così imbruttito dai cocktail che non avevo diviso con nessuna ragazza-indie.
Dario si era sparato un colpo di fucile in faccia la domenica sera. Non aveva lasciato nessun biglietto, niente che spiegasse il motivo. Sua madre me lo disse come un telegramma e sparì nella notte torinese.
Eravamo anche noi come due ragazze il giorno dopo. Cambiate e con la certezza di non rivederlo..

2 commenti: