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mercoledì 12 agosto 2015

Rientro per cena.

Il vecchio slavo che stava sempre appoggiato al primo pilone dell'ingresso della stazione stava bevendo del vino dal cartone. Mi sono avvicinato e lui me ne ha offerto, come ad un commensale, come ad un amico.
Non ero sicuramente suo amico. Ho puntato i piedi ben saldi per terra davanti a lui, mentre l'umanità varia delle stazioni ci scorreva ai lati: in quella corrente eravamo fermi, eravamo gli unici fuori dallo scorrere di quella giornata. Mi sono accarezzato il mento, che allora portavo sempre perfettamente rasato, e ho guardato il vecchio. I vestiti cenciosi che avevano conosciuto troppi marciapiedi e troppe gocciolature di vino tramite una barba folta, bianca e sporca. La barba copriva la bocca, sdentata, che era ormai fissa in una sorta di sorriso sofferto. Tre. Contavo tre denti in quella bocca, gialli, storti, pericolanti. Gli occhi azzurri di ghiaccio erano scavati in fondo a un burrone di magrezza e sconfitta. Una cuffia, in pieno agosto, copriva dei capelli dal colore imprecisato per quanto erano sporchi.
Era come se la sua faccia avesse smesso di essere sorretta dalla struttura di ossa e muscoli che ne formano l'impalcatura, e avesse cominciato a sfaldarsi, a perdere i pezzi, come una casa poco curata: una finestra rotta, una persiana da riverniciare, piccoli pezzi di intonaco che sono caduti a terra.

Stavo fermo in silenzio a fissarlo, cercando di decifrare la sconfitta dietro quell'orrore, cosa lo avesse portato a crollare su se stesso. Il vecchio, vedendomi cominciò a bestemmiare nella sua lingua, interrompendosi solo per frequenti bevute e più rari colpi di tosse.
"Capitalista togliti dal cazzo". Rivolto a me. Io, sempre fisso, cominciai a controllare i miei abiti e la mia persona: aveva visto la mia cavatta e la mia valigetta. Aveva lasciato che i dettagli lo ingannassero, che la mia aria mite e il mio aspetto ordinario, gli permettessero di identificarmi come uno dei tanti impiegati che ogni giorno attraversano il portone della stazione.
I suoi occhi azzurri non sapevano rassegnarsi al crollo del resto del corpo, continuavano a brillare vivi sotto la cuffia, e a guardarmi accusatori.
"Non sai cosa dici vecchio ubriacone". Ero pronto ad andarmene, avevo ammirato la sconfitta di quell'uomo e credevo di aver nutrito a sufficienza il demone che mi assillava. Ma era affamato e certo non bastava quel pezzo di tragedia che gli avevo offerto.
Presi il coltello che portavo sempre in tasca e mi chinai sul vecchio. Era ubriaco, non vide o non capì.
Lo feci affondare lentamente nel suo fianco, finché non sentii il sangue caldo bagnarmi la mano. Intorno i passanti ci stavano ignorando. Eravamo solo un vecchio ubriacone e un giovane ben vestito a dargli qualche elemosina.
Non disse nulla ma mi guardò fisso negli occhi. Lui sapeva e anche io sapevo che non poteva andare diversamente. Restai a guardarlo morire, finché non vidi la scintilla scomparire dagli occhi azzurri, finchè non vidi il resto del corpo adattarsi alla faccia e crollare assieme alla struttura stessa che lo teneva assieme.

Quando guardai l'ora mi accorsi di essere tremendamente in ritardo per la cena. Mia moglie aveva invitato gente a casa, a terra al mio fianco la busta con dentro un'ottima bottiglia di vino e una rosa per lei. Sarebbe stata arrabbiata per il mio ritardo e io mi sarei sicuramente lamentato del nuovo capo e degli straordinari da fare. Quindici passi fino al bagno degli uomini. Via il sangue dalla mano. Non se ne sarebbe accorto nessuno, come sempre, fino al giorno dopo. Un articoletto sul giornale e poi di nuovo a concentrarsi su politica e calcio.
Il treno è incredibilmente affollato e una ragazza mora mi sorride: è giovane ed è carina. La immagino nuda e ansimante, immagino il piacere nei suoi occhi. Ero spesso incline a fantasie di questo tipo. Ero spesso incline anche a tradire mia moglie. Ma non quella sera, avevamo ospiti e non l'avrei mai tradita in una serata come quella. Non sono di certo un mostro.

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