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domenica 13 dicembre 2015

Meglio un figlio ladro che un figlio frocio.

L. è frocio. Ce l'ha detto ieri al bar come se nulla fosse. Qualcuno con una birra davanti, altri un caffè, ed ha buttato la bomba sul tavolo.
"Ragazzi, per favore non ci scherzate che mi piacciono i ragazzi."
Noi l'abbiamo deriso, pacche sulle spalle e risate, ma lui tutto scuro in viso ha ripetuto "Mi piacciono i ragazzi".
A quel punto Daniele ha cominciato a fare finta di prenderlo da dietro chiamandolo principessa. L. si è alterato e ha strillato "Mi piace il cazzo, come devo dirvelo?!".
Un silenzio assordante. Per la prima volta ricordo di aver sentito la voce del presentatore che alla TV cercava di vendere materassi a massaie grasse e sudate. Nessuno parlava, nessuno aveva il coraggio di dire niente: rumore di birre deglutite e cucchiaini che ciondolano lungo il diametro di tazzine da caffè.

Era sempre sembrato un ragazzo a posto. Aveva avuto anche una ragazza fissa per qualche tempo: aveva un nome esotico e un enorme fondoschiena. Se la scarrozzava dappertutto, come se non potessero stare lontani nemmeno un secondo, poi al bar telecronache dettagliate di mirabolanti scopate, in grovigli di gambe e tette in cui spesso mi perdevo. Era finita malamente, e la culona era scomparsa dalle nostre vite.
Erano poi passate altre ragazze dal bar: alcune carine, altre meno, ma di tutte conoscevamo anche la più segreta perversione, dalla sculacciata alla studentessa modello che amava essere insultata.
Per tutti noi era un idolo, un esempio da seguire: dispensava consigli a tutti e non si tirava mai indietro dal raccontare della sua ultima conquista. Rabbrividivo all'idea di pensare a cosa avrebbe raccontato da quel giorno in poi.

Ieri ho ripreso io la parola, bisognava gettare il cuore oltre l'ostacolo e rompere il silenzio: "Che cazzo dici, L.?". Mi ha passato il cellulare, una lunga conversazione con un uomo, cuoricini, messaggi d'amore: una cosa disgustosa. Gliel'ho ributtato indietro, schifato.
Io: "Ti si è fritto il cervello, sono cose da malati queste". Lui: "Non sono malato, sono solo innamorato e frocio, c'è qualcosa di male?".
A quel punto allora è intervenuto Daniele: "Cazzo, ci porto i miei figli in questo posto, hai cenato a casa mia la vigilia di Natale. Cosa ne so che tu non abbia fatto qualcosa? Cazzo, ti credevamo un amico, uno di noi"
L. ha capito e non ha detto nulla, ha posato la sua birra bevuta a metà e ha saldato il conto con il barista: sapeva già tutto e aveva il contante necessario in tasca. Non c'era rancore nei suoi occhi, mentre i nostri brillavano di ferocia. Se n'è andato in silenzio, forse tra le braccia del suo nerboruto amante. Noi siamo tornati a casa prima, a testa bassa, come chi ha subito un lutto, un'ingiustizia dalla vita.
Arrivato alla macchina, ho visto Daniele che scalciava il solito pakistano appostato con le sue rose.

Siamo rimasti in pochi a tenere ancora la barra dritta, a camminare sul percorso giusto, evitando deviazioni. Ci consoliamo con una sbronza dopo il lavoro, chi con un'amante, chi prendendo a schiaffi la moglie. Non siamo senza colpe o senza peccato, ma sappiamo porci il giusto limite.
L. era uno di noi ma ha perso la via, l'ha persa e non la troverò più.

martedì 8 dicembre 2015

Marta è la libertà.

Ci sono cinquanta modi per lasciare il proprio amato. Lo cantava Paul Simon.
Lei ha scelto il modo peggiore possibile: è scomparsa nel nulla.
Ha lasciato l'alloggio che aveva preso in affitto con ancora una bolletta da ritirare nella cassetta della posta. Il nome MARTA in stampatello maiuscolo, senza un cognome, come se non servisse, come bastasse quello a indirizzare ogni lettera ed ogni pensiero senza possibilità di errore.

Si erano dati il primo bacio in quel piccolo appartamento al terzo piano, ad una festa che lei aveva organizzato e a cui lui era stato trascinato dalla sua ragazza di allora, una pseudo intellettuale che pretendeva di essere sculacciata a letto. Era la notte delle bombe a Parigi, il tredici novembre.
Nello stesso appartamento seguirono altri baci e altre feste. Seguirono notti svegli a parlare e fare l'amore e seguirono litigi e pianti.
Lui, che di nome fa Luca, la cerca disperatamente in tutta Torino: nel locale in cui fanno sempre la colazione la domenica, sul lavoro, da amici e conoscenti. Niente da fare, Marta non si trova.

Il pranzo è un misto di rabbia e disperazione, la odia per il male che gli sta facendo, ma al tempo stesso è preoccupato che possa esserle accaduto qualcosa, che possa averla persa per sempre, senza la possibilità di rivederla. Il cellulare è spento - non raggiungibile.
Il parco, il lungo Po, piazza Vittorio. La disperazione spinge Lica alle frontiere più estreme del mondo urbano che erano soliti frequentare, facendolo perdere nella verde collina e spingendolo all'imbrunire fino in Barriera, ma nulla, Marta non si trova.

Il giorno dopo Luca non si presenta al lavoro e continua a cercarla come un disperato per tutta la città: avvisa anche i Carabinieri che diligentemente copilano un verbale sgrammaticato e tornano a giocare a ramino nello stanzino sul retro. Corre in lungo e in largo e prova in un disperato tentativo a contattare i genitori di lei, ma Marta pare scomparsa, volatilizzata. Sale la rabbia per un tale affronto, scomparire dopo un litigio, violento si, ma non tale da giustificare questa reazione: gli bruciano ancora tra le labbra quelle ultime parole urlate attraverso la porta "posso fare a meno di te".

Dopo un mese Marta non è tornata: il tempo continua stanco a scorrere. Torino lentamente si muove e continua a vivere, come se nulla fosse successo. Luca non esce più di casa, l'ha persa e ha capito che non tornerà. Ha lasciato il lavoro, non sente più gli amici. Pensa a Marta e a quando erano assieme: ai baci, alle carezze, alla sua pelle. Gli altri sembra l'abbiano già dimenticata: si sono adattati e hanno continuato a vivere senza di lei. Lui, però, non può.