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domenica 27 novembre 2016

Sorriso.

Ti arresteranno per un sorriso.
All'altezza del raccordo con la tangenziale
un poliziotto ti fermerà con la paletta.
E non avrà bisogno di perquisizione
perché avrai il corpo del reato stampato in faccia.
Senza convenevoli da film americano,
senza cicles smascellato
e senza occhiali da sole,
ti arresterà per sorriso fraudolento.
E non serviranno a niente le scuse
o tutte le ragioni che ti eri preparato,
come dire che era un sorriso di circostanza
oppure che ti eri confuso per la simpatia.
Confesserai senza essere torchiato,
confesserai tutto,
gettando le braccia al collo del poliziotto.
Gli racconterai che non eri pronto
alle foche, ai panda rossi,
che è morto Fidel e di due rose rosse.
Cercherai di convincerlo
che avevi ogni ragione per quel sorriso
e che se qualcuno ti colora
tutto il mondo che era grigio
ti ritrovi anche costretto a farlo quel sorriso.
Che poi sorriso dice poco,
è come un moto interno che fa sorridere
ogni atomo del tuo corpo,
un'esplosione che invece di distruggere
costruisce.
Ma lui è solo un poliziotto del cuore
e non ha intenzione di far passare un sorriso così.
Allora non rimane altro da fare
che premere l'acceleratore,
chiudere gli occhi e non guardare indietro.

venerdì 2 settembre 2016

Click.

Alla fine non aveva bevuto troppo. Camminava abbastanza sicura, approfittando del buio.
L'importante era concentrarsi un passo dopo l'altro; porsi un obiettivo semplice come l'arco successivo della via e lasciare che sia la corrente di persone a trascinarla.
Aveva fame, fottutamente fame. Scorrevano lentamente ai lati negozi di ogni tipo. Gelateria, panineria, piadineria, kebap, pizza al taglio. Tutte le serrande abbassate, o nei pochi negozi aperti troppa luce all'interno per poter pensare di entrare e togliersi la fame.
La gola è ancora leggermente infiammata per l'alcol ingerito e poi rimesso al bordo di una stradina dimenticata da Dio davanti ad un locale che serve rum anche alle sei del mattino. Ma ha ancora una terribile voglia di bere, soprattutto perché la via sembra eterna e bere alla fine sembra in questo momento molto più facile che mangiare.
Mentre cammina sicura, o almeno così crede, sotto i portici scarsamente illuminati, incrocia lo sguardo di un uomo, che ciondola per in direzione opposta. Lascia dietro di se una scia di profumo D&G in cui sembra essersi immerso è ha una polo col colletto perfettamente stirato.
Lei gli sorride, sfoderando il miglior sorriso da 23.45 dopo una sbronza che le sia possibile. Lui la osserva da sopra gli occhiali e risponde al sorriso. Poi abbassa veloce lo sguardo e accelera il passo.
- Ciao ragazzo - dice lei sorridendo
- Ciao - risponde lui, sguardo a terra e imbarazzo evidente.
Lei accenna l'inizio di un discorso, poi lascia che sia lui a guidare la conversazione.

Lui un fiume in piena la inonda di parole mentre lei gli scivola accanto. Bevono probabilmente qualcosa in un locale anche se lei perde spesso il filo del discorso e anche degli eventi, trasportata completamente dal leggero inebriamento che le viene dalle dosi massicce di rum e dalla noia che le generano tutte quelle parole. Ma comincia a pensare a cosa succederà dopo: la pelle di lui, il respiro affannato, il sudore.
Lui non pensa proprio a nulla, semplicemente cerca di essere simpatico e brillante, di dare il meglio di se, cerca di raccontare gli aneddoti migliori e soprattutto cerca di non fissare troppo naso e capelli. Pensa che è decisamente bella e che dovrebbe inventare il modo di portarla da qualche parte per tutta la notte, o trovare il modo di invitarla a casa sua. E' vero che è un uomo sposato ed è vero che sua moglie è via solo per il fine settimana, ma alla fine è solo l'errore di una sera e sa che potrebbe permetterselo. Un fremito tra le gambe, sente che il suo corpo è completamente deciso verso quello che dovrebbe fare: portarla a casa sua e poi dimenticare tutto per una notte sola.

- Sai - dice lei - potremmo fare ancora quattro chiacchiere a casa mia -.
Lui sorride, beve un ultimo sorso di qualcosa e la segue. Click, sente esattamente il momento in cui il cervello si scollega e il momento in cui diventa solo corpo: il momento in cui scioglie il vincolo con sua moglie, sua madre, i parenti, gli zii che lanciano il riso. Il vincolo con la società civile. Il vincolo con tutto quello che pensava di essere.
Entrano in casa e passati dieci minuti ci sono mani su mani e pelle e labbra. C'è un bicchiere di rum fortissimo e c'è lui che si sente davvero molto ma molto stanco.

Poi sono le mani di lei, che esperte gli sfilano ogni vestito e lo stendono comodamente nella vasca da bagno. Nudo.
Non sentiva più il sapore forte di alcool in gola e finalmente aveva un uomo con sè. Negli occhi lucidi di lui, nel sudore che puzza di paura, c'era finalmente l'intimità che stavano entrambi cercando.
L'acciaio freddo del coltello gli accarezzava lentamente la pelle, mentre lei si sentiva finalmente in pace. Poi, nella testa di lei il rumore. Click.

lunedì 22 agosto 2016

Zappa.

Mio zio era già discretamente ubriaco alle 8.40 del mattino, mentre stavamo piegati in due nell'orto a raccogliere delle patate che non volevano saperne di lasciare il caldo ventre della terra per finire sul cemento freddo del pavimento della nostra cantina.
Dopo il terzo bicchiere cominciava a ricordare i suoi studi di filosofia, fatti in un'università dimenticata dal signore e dal Ministero della Pubblica Istruzione: un non luogo di un tempo ben definito della sua vita. Prima del giorno in cui con tutte le sue valigie tornò alla terra che era di suo padre - terra aspra e dura, che sembrava sciogliersi solo quando bagnata dal suo sudore - e il giorno in cui, arrivato da poche ore all'università, aveva conosciuto i piaceri della carne con una procace e per nulla attraente ventitreenne di origini meridionali.
Lì in mezzo si era consumata tutta la vita di mio zio, cinque brevissimi anni che erano stati anche gli unici anni di vita vera che lui avesse mai avuto.

E così con il bicchiere di plastica in mano e la zappa nell'altra andava pontificando su vecchi filosofi tedeschi, e faraoniche mangiate di pastasciutte al sugo di pomodoro nelle calde nottate in preparazione degli esami. Poi storie di donne, che racconta a noi ragazzini a bassa voce, come se la zia potesse sentirlo laggiù in mezzo all'aperta campagna, tra un colpo di vanga e una bestemmia in dialetto. La mia preferita tra tutte era quella della Berta, donnona quarantenne che secondo il suo racconto lo aveva introdotto a piaceri del sesso fino ad allora mai conosciuti e che lui mimava con ampi gesti delle mani, che nella mia mente di quattordicenne, il cui unico rapporto con il sesso era stato spiare mia cugina Maria mentre si faceva la doccia, ricordavano più un'epico scontro tra lottatori che un atto di piacere. La Berta, sempre secondo il racconto, era stata così soddisfatta della velocità con cui mio zio aveva imparato il tutto, che non aveva nemmeno chiesto la solita ricompensa economica alla fine del rapporto. Era per lo zio il più grande motivo di vanto assieme a quel documento che campeggiava in cucina e che ricordava a chiunque (e chi se non noi?) entrasse in quella casa che lui era "Dottore in Scienze Filosofiche con la valutazione di 83/110".

Poi lo zio si incupiva e cominciava a bestemmiare verso mio padre (buonanima) e mia madre (ovunque il suo nuovo amore, lanciatore di coltelli in un circo locale, l'avesse portata) che non mi avevano fatto studiare e ora si ritrovava lui a insegnarmi la filosofia e come stare al mondo.
Puntava la zappa per terra e cominciava a parlare di ente e di essente, di Heidegger, di Hegel e di Platone. Cominciava a discutere animatamente, più con se stesso che con me o la mula (che componevamo il resto della platea) e poi arrivava alla sua arringa finale, il tema centra le della sua tesi di laurea, ovvero quale fosse la parta che rendeva la zappa una zappa. "Chi guardasse con scarsa attenzione l'attrezzo, direbbe che è proprio la parte in acciaio ad essere la parte fondamentale della zappa. Togliendone il manico, la zappa sarebbe comunque utilizzabile benché con difficoltà, mentre sarebbe impossibile scavare la terra con il manico". E qui lo zio argomentava con furore la sua tesi: ma solo uno stolto potrebbe dire questo, qualcuno che vedesse nella zappa solo lo strumento per scavare la terra, ma cosa succederebbe se io questa zappa volessi usarla per buttare per terra un ragazzino stupido? E qui mi colpiva con forza i polpacci col bastone costringendomi a cadere a terra. E rideva, rideva di gusto. Rideva del mio culo sporco di fango, della mula che correva come impazzita, e rideva dei suoi calli sulle mani, quelle mani che all'epoca dell'università la Berta aveva elevato a strumento di piacere. E alla fine lacrime. Lacrime per tutto quello che era passato e irrimediabilmente perso, per la gioventù fuggita, per una moglie grassa e che non aveva mai amato.
E alla fine una goccia di sudore sulla fronte abbandonava le altre e cadeva sul terreno davanti ai suoi piedi, ammorbidendo quel terreno duro come l'asfalto e arido come un deserto, la zappa entrava faticosamente nel terreno e il silenzio era totale: lo zio era tornato al tempo presente, alla zappa come strumento per piegare la terra al proprio volere e al sudore come mezzo per ottenerlo.

sabato 20 agosto 2016

Comparsa.

Le avrebbe perdonato tutto.
Avrebbe perdonato tutti i sorrisi caduti nel vuoto da farsi venire il mal di schiena per raccoglierli, mentre lei distrattamente incrociava lo sguardo di qualcun'altro, quella che dicono infatuazione era per lei la sola possibile soluzione di un rapporto umano.
Scatenava sull'altro sesso una reazione violenta d'attrazione, ma anche una pari forza pacificatrice che portava a pensare alla sua fuga verso il prossimo, la certezza di essere solo di passaggio nello sguardo sempre attento di quei due occhi con sfumature diverse d'azzurro. E così si ritrovavano come le finestre accese delle case durante un viaggio in treno in piena notte: suscitavano il suo interesse fino alla finestra dopo, fino al successivo sogno lucido di vita altri.

L'avrebbe definita bella.
Avrebbe urlato a tutto il mondo quanto lei fosse bella, nonostante quegli occhi diversi e il modo sempre troppo sciupato che aveva di portare i vestiti.
Era un magnete fortissimo per gli uomini che le transitavano intorno. Fin dai sedici anni, quando aveva sentito sulle sue gambe la mano ruvida di un vicino di casa quarantenne sull'ascensore che scendeva dal terzo piano. E anche allora non si era scomposta, ma semplicemente si era scansata, meteora nella vita di uno che poteva essere suo padre e prima di allora non aveva mai allungato le mani nemmeno nelle feste sudate delle estati liceali.

L'avrebbe definita eccentrica.
Avrebbe usato una parola positiva come questa per parlare della volubilità di una donna che in ventisei anni aveva cambiato tutto: uomini, passioni, lavoro. L'aveva conosciuta come commessa di un negozio di abbigliamento alla moda, appoggiata ad un bancone pieno di pipe da esposizione, elencando i possibili colori di bretelle disponibili che potessero abbinarsi ad un papillon color vinaccia. Era poi stata anche commessa in una gioielleria, segretaria in gonna stretta e camicetta bianca, dietro al bancone in una pizzeria al taglio.
L'aveva vista transitare, in pochi mesi, tra sei diversi stili d'abbigliamento, sempre assolutamente allineata alla tendenza del momento, ma sempre leggermente sciupata, come se fosse pronta a svestirsi e partire con la prossima moda.

L'avrebbe definita l'amore della sua vita.
Avrebbe usato la parola amore se solo lei non fosse scappata prima ancora che il pensiero potesse formarsi, prima ancora che potesse sommare quella serie di pezzi di gioie in una figura unica e darle un nome.
Era scomparsa un mattino d'agosto, senza un motivo, semplicemente aveva cambiato: un addio striminzito e distaccato, come quelle insalate preconfezionate che vendono nei supermercati. Non aveva avuto nemmeno la pietà di prepararsi una scusa, un perché: semplicemente era passata oltre, verso un'altra vita in cui non c'era più un ruolo vacante da comprimario per lui.

Lui allora si aggira per la città come il personaggio secondario di un libro dopo che l'autore l'ha fatto uscire di scena, uno di quei personaggi che non si ricordano, che nei libri formano il carattere del protagonista ma senza lasciare un segno evidente sulla trama. Un capitolo, una ventina di pagine a disposizione con una fine ben delineata, vagone su un binario morto.
E mentre cammina si chiede se a Nantucket ci fosse qualcuno innamorato mentre Ismaele saliva sulla Pequod e se mentre Woland racconta del processo a Gerusalemme e della colazione con Kant non ci fosse un pazzo a struggersi d'amore agli stagni Patriarsie.
Viaggia così per ogni via della città sperando di incontrarla per caso, nella masochistica ricerca di quello che gli ha riempito il cuore di così tanta gioia da ridurglielo in pezzi. 
Ma al capitolo tredici non c'è spazio per un personaggio del capitolo otto, così vaga solitario, resistendo al richiamo dell'acqua del grande fiume e al desiderio di nulla.

martedì 19 luglio 2016

Gabbiani e sopracciglia.

La sabbia bianchissima e finissima sta riflettendo il sole sulla loro pelle già abbronzata.
Stanno seduti su un asciugamano e guardano intorno la restante porzione di umanità intenta a rinnovare il rituale dell'aumento della pigmentazione della pelle. Chimico segnale che al ritorno all'ufficio sotterraneo, stanzino 37, susciterà invidia e commenti dei colleghi, altrettanto abbronzati, e che pregustano pari stupore all'ingresso nell'ufficio adiacente. Con macchinetta per caffè.

Il sole splende per loro, immobile e fisso, in un momento di eterno mezzogiorno si compiacciono della loro rilassatezza gustandosi, con sguardo corrucciato, sia per la luce solare che per pensieri importantissimi, che a tratti paiono turbare la loro rilassatezza. Ma poi come nuvola passeggera la fronte si rasserena e i pensieri gravissimi (legati certamente a moda autunnale o alla programmazione satellitare) paiono uscire dal loro orizzonte, nuovamente pieno di sole e spensieratezza.
Al sopraggiungere del gran caldo, vengono raggiunti da un cordialissimo cameriere che porge loro, senza nemmeno bisogno di una comanda, il mojito pomeridiano, condito di lime e sorrisi a trentasei denti. E con la cannuccia tra i denti cominciano il rito della crema solare. Si spalmano l'un l'altro ogni centimentro di pelle già abbronzata, non tanto per proteggerla dal sole, quando mai il sole potrebbe ferirli, quanto per mostrare i guizzanti muscoli tanto allenati durante l'anno ma costretti in maglioni, camicette e magliette.

Poi un gabbiano si alza, simbolico, a ricordare loro che la sera verrà il momento della tanto temuta pinzettata alle sopracciglia, ma il pensiero di danzanti serate ed esotiche conquiste permette ai nostri di continuare a godere della bellezza del mare, del calore del sole, che mai non li fa sudare, e della morbidezza della spiaggia che si piega sotto il loro peso come il più comodo dei giacigli. E via di cellulari, a comunicare ai poveri disperati ancora rinchiusi nelle città, messaggi di benessere e felicità, a fotografare cieli e mari e spiagge e pelle, tanta pelle. E col sopraggiungere della sera, col cielo che scolora, fino a diventare rosa, per garantire ai loro occhi stanchi una qualche forma di sollievo, le masse compiaciute si trasferiscono ai loro alberghi, e alle loro cene sul terrazzino. E cellulari scottano, pronti a nuove sessioni fotografiche, a foto di mari al tramonto e fritti misti scongelati pochi minuti prima.

E poco importa alla fine che il giornale appoggiato sul comodino racconti di guerre o di bombe, sono tutte lontane, le bombe non esplodono certo su pelli abbronzate al sole. I golpe non hanno sopracciglia perfette e tanto meno le reazionarie purghe successive. E via di discoteche e balli e abbracci e pelle su pelle e mano su coscia.
Tornano a letto rilassati e sereni, in pace con il mondo, che non capiscono, troppo occupati da pensieri fessissimi e sbornie pesantissime.

domenica 17 luglio 2016

Preservativi e rivoluzione.

Se uno cammina per circa 200 metri oltre il cimitero di Forno in direzione Pratiglione, si ritrova sulla destra una cabina dell'ENEL. Sono cabine piene di mistero quando hai dodici anni, come se dietro quelle porte potesse nascondersi un intero universo.
Oggi sono passato davanti ad una di quelle cabine e per terra c'era un preservativo, la porta socchiusa lasciava intravedere all'interno un groviglio di fili di rame e polvere.
Qualcuno al giorno d'oggi a Forno ha ancora il coraggio di fare l'amore. In una cabina dell'ENEL per giunta.

Ho finito per perdermi ina una serie di storie accennate, di possibili soluzioni a quel rebus: siamo un paese di campagna e la notte offre posti più sicuri e opportuni di quell'anfratto male nascosto e decisamente molto sporco. Ho cercato di indovinare che potrebbe aver osato tanto, chi può aver dimenticato tutto quello che opprime questo mondo per ripetere ancora una volta il gesto della riproduzione, ma castrandolo in partenza di ogni possibile conseguenza.
Per un attimo il filo dei pensieri mi ha anche portato agli anni dei miei bisnonni, quando non esistevano colpi a salve e tutto era molto più vero e carico di conseguenze, ma era un mondo diverso, si sapeva ancora sognare un futuro diverso, migliore per i propri figli: eravamo invincibili e
marciavamo a tappe forzate verso uno splendido avvenire. Ma quell'avvenire ora è qui e non è poi così splendido, perché quando sei dentro l'avvenire, alla punta della collina, non puoi fare altro che vedere quello che viene oltre, la decadenza. E mentre la guardi, sperando che il piano duri ancora un po', ti ritrovi a rotolarci dentro, grasso e compiaciuto del tuo benessere, cieco rispetto a quello che accade intorno. L'onanismo elevato a ragione di vita.
Sicuramente chi si era nascosto dentro quella cabina non pensava al futuro del genere umano e non pensava assolutamente che fossimo ormai destinati ad un lento declino e tracollo, nell'attesa di un nuovo rinascimento: probabilmente erano due ragazzini. Nei miei pensieri sono sempre i ragazzini in preda ai loro impulsi a non rendersi conto di cosa li circonda, a non rendersi conto che la nostra civiltà, così come l'abbiamo sempre conosciuta sta finendo.
Forse erano dei quarantenni che volevano evadere dalla routine quotidiana, o forse era qualcuno che mai avrebbe pensato di finire a braghe calate all'interno di una cabina dell'ENEL.
Poco importa. Stiamo perdendo il contatto con la realtà più banale e stiamo dimenticando il significato di tutto quello che facciamo: siamo spinti in avanti da routine e consuetudine e abbiamo perso memoria del significato di ogni gesto quotidiano.
Matrimoni per tradizione, figli per noia, l'aperitivo in centro e il sorriso sul Social Network. Abbiamo cancellato la sofferenza dalle nostre vite e l'abbiamo sostituita con un surrogato di passione. Siamo nati morti e destinati a soffocare di benessere e tedio. E a poco serve una scopata in una cabina dell'ENEL per fingere che siamo ancora autentici, per fingere che non abbiamo ancora esaurito la spinta.

A Forno Canavese siamo tutti morti, a Torino siamo tutti morti, camminiamo e viviamo come dei morti, senza più alcuno spirito di rivalsa, senza più nulla per cui lottare.
Ecco, non servono le bombe per ricordarci che noi, il nostro modello di vita, la nostra concezione di umanità è superata, ha finito la sua spinta rivoluzionaria ed è diventata lei stessa status quo. Siamo diventati quelli contro cui lottare, soppresso che diventa dittatore, rivoluzionario che sceglie la poltrona.
Basta un preservativo in una strada della più dimenticata provincia torinese per ricordarci che siamo finiti: un funerale di ottant'anni che cerchiamo di ignorare con il sushi e l'aperitivo delle otto, con dei figli e con una cosa che ci hanno insegnato a chiamare felicità.

sabato 28 maggio 2016

Zabov.

Sta aspettando seduto al bancone da un lasso di tempo che l'occhio attento del barista ha calcolato in un'ora e venticinque minuti. Dietro, tra i ragazzi che sfornavano hamburger e patatine a raffica, riprendono le scommesse se qualcuno si presenterà mai per sedersi sullo sgabello al suo fianco, davanti al bancone.

Era così da tre anni, entrava tutti i giovedì sera, prendeva posto nello stesso sgabello e ordinava due Zabov, aspettava per circa un'ora e mezza e poi se ne andava. Non beveva nessuno dei due bicchieri, e per tutto il tempo utilizzava lo specchio dietro il barista per sistemarsi i capelli e annodarsi correttamente la cravatta. Non leggeva, non controllava il cellulare, non tamburellava le dita. Semplicemente aspettava, davanti ai suoi due bicchieri di Zabov: uno per lui e uno per una qualche compagnia che non voleva saperne di arrivare.
La cattiveria della gente ne aveva fatto uno zimbello, e spesso, ragazzotti universitari si divertivano a disturbarlo o tentare di prendere lo sgabello a fianco al suo, ma lui, Zabov, con calma serafica diceva: "Sto aspettando qualcuno, se non ti dispiace, preferirei non lo prendessi". E poi tornava a guardarsi nello specchio dietro al bancone, per essere impeccabile al momento della venuta del secondo bevitore.
Nessuno lo conosceva, era una città grande e probabilmente Zabov, per quell'immancabile appuntamento, si spostava da un'altra parte della città. Il romanticismo del personaggio era accentuato dall'ordine di quel liquore così anacronistico, forse veniva a quel bar perché era rimasto l'unico in città che ancora lo servisse, o forse perché un giorno, proprio lì, proprio di giovedì sera, sarebbe arrivata la compagnia tanto attesa, giustificando gli interminabili minuti al bancone, le migliaia di rassettate ai capello e ogni singolo nodo stretto alla cravatta.
Incredibilmente, Zabov sembrava non avesse un'età, sicuramente più di trenta e meno di cinquanta, ma nessuno poteva essere più preciso. Anche i capelli, ordinatissimi, erano castani, leggermente macchiati di grigio, di quel colore che contraddistingue gli uomini nel pieno della loro vita, dal tramontare dei ruggenti vent'anni fino al sorgere della vecchiaia. Zabov era un dilemma irrisolvibile, che tutti i dipendenti del bar trattavano con rispetto e deferenza, quasi capissero l'alone di mistero tragico che lo circondava: una donna morta in un incidente d'auto, un figlio perso in guerra, un incontro con l'amore della vita mai più presentatasi. Storie più fantasiose venivano dagli avventori più assidui, che riconoscevano in lui talvolta un personaggio famoso scomparso, talvolta un improbabile amico d'infanzia perduto da tempo.

Zabov si alza, non ha lo sguardo triste o dispiaciuto, semplicemente controlla che i due bicchieri di Zabov siano ancora sul bancone, appoggia dieci euro di fianco ed esce dal locale perdendosi nella notte e tra il vociare di un gruppo di ragazze che sta festeggiando un compleanno.

Da quel giorno Zabov al Bar non si è più rivisto, così, il proprietario ha cominciato a cercarlo, per capire qualcosa della sua storia, per capire chi mai stesse aspettando e se forse lo avesse trovato.
Il proprietario del Bar, con la sua pancia e le sue tre figlie e la sua moglie dispotica, si è messo a cercarlo per tutta la città, battendo tutte le sere un bar dopo l'altro, un campanello dopo l'altro. E' diventato anche lui uno Zabov, un personaggio strano, sul quale le persone inventano storie, lo è stato per cinque mesi, finché l'ha trovato. O meglio, ha trovato una tomba, una foto, una moglie e un figlio addolorati. Era un padre premuroso, instancabile lavoratore. Tutti i giovedì sera usciva a bere qualcosa con gli amici, disse la moglie,. Anche l'ultimo giovedì sera, quando un attacco al cuore lo ha stroncato su un tram semi-deserto. Era un bravo ragazzo, ha detto il proprietario del bar, manca davvero a tutti. Ha salutato la famiglia di Zabov ed è tornato al bar.