Pagine

sabato 28 maggio 2016

Zabov.

Sta aspettando seduto al bancone da un lasso di tempo che l'occhio attento del barista ha calcolato in un'ora e venticinque minuti. Dietro, tra i ragazzi che sfornavano hamburger e patatine a raffica, riprendono le scommesse se qualcuno si presenterà mai per sedersi sullo sgabello al suo fianco, davanti al bancone.

Era così da tre anni, entrava tutti i giovedì sera, prendeva posto nello stesso sgabello e ordinava due Zabov, aspettava per circa un'ora e mezza e poi se ne andava. Non beveva nessuno dei due bicchieri, e per tutto il tempo utilizzava lo specchio dietro il barista per sistemarsi i capelli e annodarsi correttamente la cravatta. Non leggeva, non controllava il cellulare, non tamburellava le dita. Semplicemente aspettava, davanti ai suoi due bicchieri di Zabov: uno per lui e uno per una qualche compagnia che non voleva saperne di arrivare.
La cattiveria della gente ne aveva fatto uno zimbello, e spesso, ragazzotti universitari si divertivano a disturbarlo o tentare di prendere lo sgabello a fianco al suo, ma lui, Zabov, con calma serafica diceva: "Sto aspettando qualcuno, se non ti dispiace, preferirei non lo prendessi". E poi tornava a guardarsi nello specchio dietro al bancone, per essere impeccabile al momento della venuta del secondo bevitore.
Nessuno lo conosceva, era una città grande e probabilmente Zabov, per quell'immancabile appuntamento, si spostava da un'altra parte della città. Il romanticismo del personaggio era accentuato dall'ordine di quel liquore così anacronistico, forse veniva a quel bar perché era rimasto l'unico in città che ancora lo servisse, o forse perché un giorno, proprio lì, proprio di giovedì sera, sarebbe arrivata la compagnia tanto attesa, giustificando gli interminabili minuti al bancone, le migliaia di rassettate ai capello e ogni singolo nodo stretto alla cravatta.
Incredibilmente, Zabov sembrava non avesse un'età, sicuramente più di trenta e meno di cinquanta, ma nessuno poteva essere più preciso. Anche i capelli, ordinatissimi, erano castani, leggermente macchiati di grigio, di quel colore che contraddistingue gli uomini nel pieno della loro vita, dal tramontare dei ruggenti vent'anni fino al sorgere della vecchiaia. Zabov era un dilemma irrisolvibile, che tutti i dipendenti del bar trattavano con rispetto e deferenza, quasi capissero l'alone di mistero tragico che lo circondava: una donna morta in un incidente d'auto, un figlio perso in guerra, un incontro con l'amore della vita mai più presentatasi. Storie più fantasiose venivano dagli avventori più assidui, che riconoscevano in lui talvolta un personaggio famoso scomparso, talvolta un improbabile amico d'infanzia perduto da tempo.

Zabov si alza, non ha lo sguardo triste o dispiaciuto, semplicemente controlla che i due bicchieri di Zabov siano ancora sul bancone, appoggia dieci euro di fianco ed esce dal locale perdendosi nella notte e tra il vociare di un gruppo di ragazze che sta festeggiando un compleanno.

Da quel giorno Zabov al Bar non si è più rivisto, così, il proprietario ha cominciato a cercarlo, per capire qualcosa della sua storia, per capire chi mai stesse aspettando e se forse lo avesse trovato.
Il proprietario del Bar, con la sua pancia e le sue tre figlie e la sua moglie dispotica, si è messo a cercarlo per tutta la città, battendo tutte le sere un bar dopo l'altro, un campanello dopo l'altro. E' diventato anche lui uno Zabov, un personaggio strano, sul quale le persone inventano storie, lo è stato per cinque mesi, finché l'ha trovato. O meglio, ha trovato una tomba, una foto, una moglie e un figlio addolorati. Era un padre premuroso, instancabile lavoratore. Tutti i giovedì sera usciva a bere qualcosa con gli amici, disse la moglie,. Anche l'ultimo giovedì sera, quando un attacco al cuore lo ha stroncato su un tram semi-deserto. Era un bravo ragazzo, ha detto il proprietario del bar, manca davvero a tutti. Ha salutato la famiglia di Zabov ed è tornato al bar.

Nessun commento:

Posta un commento