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martedì 19 luglio 2016

Gabbiani e sopracciglia.

La sabbia bianchissima e finissima sta riflettendo il sole sulla loro pelle già abbronzata.
Stanno seduti su un asciugamano e guardano intorno la restante porzione di umanità intenta a rinnovare il rituale dell'aumento della pigmentazione della pelle. Chimico segnale che al ritorno all'ufficio sotterraneo, stanzino 37, susciterà invidia e commenti dei colleghi, altrettanto abbronzati, e che pregustano pari stupore all'ingresso nell'ufficio adiacente. Con macchinetta per caffè.

Il sole splende per loro, immobile e fisso, in un momento di eterno mezzogiorno si compiacciono della loro rilassatezza gustandosi, con sguardo corrucciato, sia per la luce solare che per pensieri importantissimi, che a tratti paiono turbare la loro rilassatezza. Ma poi come nuvola passeggera la fronte si rasserena e i pensieri gravissimi (legati certamente a moda autunnale o alla programmazione satellitare) paiono uscire dal loro orizzonte, nuovamente pieno di sole e spensieratezza.
Al sopraggiungere del gran caldo, vengono raggiunti da un cordialissimo cameriere che porge loro, senza nemmeno bisogno di una comanda, il mojito pomeridiano, condito di lime e sorrisi a trentasei denti. E con la cannuccia tra i denti cominciano il rito della crema solare. Si spalmano l'un l'altro ogni centimentro di pelle già abbronzata, non tanto per proteggerla dal sole, quando mai il sole potrebbe ferirli, quanto per mostrare i guizzanti muscoli tanto allenati durante l'anno ma costretti in maglioni, camicette e magliette.

Poi un gabbiano si alza, simbolico, a ricordare loro che la sera verrà il momento della tanto temuta pinzettata alle sopracciglia, ma il pensiero di danzanti serate ed esotiche conquiste permette ai nostri di continuare a godere della bellezza del mare, del calore del sole, che mai non li fa sudare, e della morbidezza della spiaggia che si piega sotto il loro peso come il più comodo dei giacigli. E via di cellulari, a comunicare ai poveri disperati ancora rinchiusi nelle città, messaggi di benessere e felicità, a fotografare cieli e mari e spiagge e pelle, tanta pelle. E col sopraggiungere della sera, col cielo che scolora, fino a diventare rosa, per garantire ai loro occhi stanchi una qualche forma di sollievo, le masse compiaciute si trasferiscono ai loro alberghi, e alle loro cene sul terrazzino. E cellulari scottano, pronti a nuove sessioni fotografiche, a foto di mari al tramonto e fritti misti scongelati pochi minuti prima.

E poco importa alla fine che il giornale appoggiato sul comodino racconti di guerre o di bombe, sono tutte lontane, le bombe non esplodono certo su pelli abbronzate al sole. I golpe non hanno sopracciglia perfette e tanto meno le reazionarie purghe successive. E via di discoteche e balli e abbracci e pelle su pelle e mano su coscia.
Tornano a letto rilassati e sereni, in pace con il mondo, che non capiscono, troppo occupati da pensieri fessissimi e sbornie pesantissime.

domenica 17 luglio 2016

Preservativi e rivoluzione.

Se uno cammina per circa 200 metri oltre il cimitero di Forno in direzione Pratiglione, si ritrova sulla destra una cabina dell'ENEL. Sono cabine piene di mistero quando hai dodici anni, come se dietro quelle porte potesse nascondersi un intero universo.
Oggi sono passato davanti ad una di quelle cabine e per terra c'era un preservativo, la porta socchiusa lasciava intravedere all'interno un groviglio di fili di rame e polvere.
Qualcuno al giorno d'oggi a Forno ha ancora il coraggio di fare l'amore. In una cabina dell'ENEL per giunta.

Ho finito per perdermi ina una serie di storie accennate, di possibili soluzioni a quel rebus: siamo un paese di campagna e la notte offre posti più sicuri e opportuni di quell'anfratto male nascosto e decisamente molto sporco. Ho cercato di indovinare che potrebbe aver osato tanto, chi può aver dimenticato tutto quello che opprime questo mondo per ripetere ancora una volta il gesto della riproduzione, ma castrandolo in partenza di ogni possibile conseguenza.
Per un attimo il filo dei pensieri mi ha anche portato agli anni dei miei bisnonni, quando non esistevano colpi a salve e tutto era molto più vero e carico di conseguenze, ma era un mondo diverso, si sapeva ancora sognare un futuro diverso, migliore per i propri figli: eravamo invincibili e
marciavamo a tappe forzate verso uno splendido avvenire. Ma quell'avvenire ora è qui e non è poi così splendido, perché quando sei dentro l'avvenire, alla punta della collina, non puoi fare altro che vedere quello che viene oltre, la decadenza. E mentre la guardi, sperando che il piano duri ancora un po', ti ritrovi a rotolarci dentro, grasso e compiaciuto del tuo benessere, cieco rispetto a quello che accade intorno. L'onanismo elevato a ragione di vita.
Sicuramente chi si era nascosto dentro quella cabina non pensava al futuro del genere umano e non pensava assolutamente che fossimo ormai destinati ad un lento declino e tracollo, nell'attesa di un nuovo rinascimento: probabilmente erano due ragazzini. Nei miei pensieri sono sempre i ragazzini in preda ai loro impulsi a non rendersi conto di cosa li circonda, a non rendersi conto che la nostra civiltà, così come l'abbiamo sempre conosciuta sta finendo.
Forse erano dei quarantenni che volevano evadere dalla routine quotidiana, o forse era qualcuno che mai avrebbe pensato di finire a braghe calate all'interno di una cabina dell'ENEL.
Poco importa. Stiamo perdendo il contatto con la realtà più banale e stiamo dimenticando il significato di tutto quello che facciamo: siamo spinti in avanti da routine e consuetudine e abbiamo perso memoria del significato di ogni gesto quotidiano.
Matrimoni per tradizione, figli per noia, l'aperitivo in centro e il sorriso sul Social Network. Abbiamo cancellato la sofferenza dalle nostre vite e l'abbiamo sostituita con un surrogato di passione. Siamo nati morti e destinati a soffocare di benessere e tedio. E a poco serve una scopata in una cabina dell'ENEL per fingere che siamo ancora autentici, per fingere che non abbiamo ancora esaurito la spinta.

A Forno Canavese siamo tutti morti, a Torino siamo tutti morti, camminiamo e viviamo come dei morti, senza più alcuno spirito di rivalsa, senza più nulla per cui lottare.
Ecco, non servono le bombe per ricordarci che noi, il nostro modello di vita, la nostra concezione di umanità è superata, ha finito la sua spinta rivoluzionaria ed è diventata lei stessa status quo. Siamo diventati quelli contro cui lottare, soppresso che diventa dittatore, rivoluzionario che sceglie la poltrona.
Basta un preservativo in una strada della più dimenticata provincia torinese per ricordarci che siamo finiti: un funerale di ottant'anni che cerchiamo di ignorare con il sushi e l'aperitivo delle otto, con dei figli e con una cosa che ci hanno insegnato a chiamare felicità.