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sabato 20 agosto 2016

Comparsa.

Le avrebbe perdonato tutto.
Avrebbe perdonato tutti i sorrisi caduti nel vuoto da farsi venire il mal di schiena per raccoglierli, mentre lei distrattamente incrociava lo sguardo di qualcun'altro, quella che dicono infatuazione era per lei la sola possibile soluzione di un rapporto umano.
Scatenava sull'altro sesso una reazione violenta d'attrazione, ma anche una pari forza pacificatrice che portava a pensare alla sua fuga verso il prossimo, la certezza di essere solo di passaggio nello sguardo sempre attento di quei due occhi con sfumature diverse d'azzurro. E così si ritrovavano come le finestre accese delle case durante un viaggio in treno in piena notte: suscitavano il suo interesse fino alla finestra dopo, fino al successivo sogno lucido di vita altri.

L'avrebbe definita bella.
Avrebbe urlato a tutto il mondo quanto lei fosse bella, nonostante quegli occhi diversi e il modo sempre troppo sciupato che aveva di portare i vestiti.
Era un magnete fortissimo per gli uomini che le transitavano intorno. Fin dai sedici anni, quando aveva sentito sulle sue gambe la mano ruvida di un vicino di casa quarantenne sull'ascensore che scendeva dal terzo piano. E anche allora non si era scomposta, ma semplicemente si era scansata, meteora nella vita di uno che poteva essere suo padre e prima di allora non aveva mai allungato le mani nemmeno nelle feste sudate delle estati liceali.

L'avrebbe definita eccentrica.
Avrebbe usato una parola positiva come questa per parlare della volubilità di una donna che in ventisei anni aveva cambiato tutto: uomini, passioni, lavoro. L'aveva conosciuta come commessa di un negozio di abbigliamento alla moda, appoggiata ad un bancone pieno di pipe da esposizione, elencando i possibili colori di bretelle disponibili che potessero abbinarsi ad un papillon color vinaccia. Era poi stata anche commessa in una gioielleria, segretaria in gonna stretta e camicetta bianca, dietro al bancone in una pizzeria al taglio.
L'aveva vista transitare, in pochi mesi, tra sei diversi stili d'abbigliamento, sempre assolutamente allineata alla tendenza del momento, ma sempre leggermente sciupata, come se fosse pronta a svestirsi e partire con la prossima moda.

L'avrebbe definita l'amore della sua vita.
Avrebbe usato la parola amore se solo lei non fosse scappata prima ancora che il pensiero potesse formarsi, prima ancora che potesse sommare quella serie di pezzi di gioie in una figura unica e darle un nome.
Era scomparsa un mattino d'agosto, senza un motivo, semplicemente aveva cambiato: un addio striminzito e distaccato, come quelle insalate preconfezionate che vendono nei supermercati. Non aveva avuto nemmeno la pietà di prepararsi una scusa, un perché: semplicemente era passata oltre, verso un'altra vita in cui non c'era più un ruolo vacante da comprimario per lui.

Lui allora si aggira per la città come il personaggio secondario di un libro dopo che l'autore l'ha fatto uscire di scena, uno di quei personaggi che non si ricordano, che nei libri formano il carattere del protagonista ma senza lasciare un segno evidente sulla trama. Un capitolo, una ventina di pagine a disposizione con una fine ben delineata, vagone su un binario morto.
E mentre cammina si chiede se a Nantucket ci fosse qualcuno innamorato mentre Ismaele saliva sulla Pequod e se mentre Woland racconta del processo a Gerusalemme e della colazione con Kant non ci fosse un pazzo a struggersi d'amore agli stagni Patriarsie.
Viaggia così per ogni via della città sperando di incontrarla per caso, nella masochistica ricerca di quello che gli ha riempito il cuore di così tanta gioia da ridurglielo in pezzi. 
Ma al capitolo tredici non c'è spazio per un personaggio del capitolo otto, così vaga solitario, resistendo al richiamo dell'acqua del grande fiume e al desiderio di nulla.

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